domenica 20 agosto 2017

Sex toys

Guardatevi questo video:


Poi fatevi un giretto sul sito di Pianeta Donna.

“Vogliamo un mondo in cui le donne non sono oggetti sessuali, ma possono averli tutti”. È questo il messaggio del primo spot di sempre in Italia dedicato ai sex toys. Va in tv, quella generalista, e la sera, alle 23 e non alle 4 del mattino. Non solo un avvenimento di costume, ma una piccola grande rivoluzione che mette al centro la donna e ne fa la portavoce esclusiva di un messaggio d'amore, prima di tutto verso se stessa. 

Questo passaggio è ossimorico: "un messaggio d'amore, prima di tutto verso se stessa".

Sapete che vi dico? Sono contento di avere 62 anni e spero di morire presto (cioè giovane uah! uha! uha!). 

Questo mondo non è più per me, dunque delle due l'una: o combatto per distruggerlo dalle fondamenta, oppure mi tolgo dai coglioni. Finirà con la seconda che ho detto, ché l'impresa è disperata, ma peggio per chi resta. Attenti, il punto non è che mi dia fastidio che le Tonne si infilino tra le gambe zucchine, cetrioli o melanzane, come hanno sempre fatto dai tempi dell'Iliade e anche prima, è il modo che m'offende. Forse che i maschi non lo infilano in ogni pertugio? Galline, pecore, buchi scavati per terra, tecniche artigianali fantasiose, da sempre fanno parte dell'immaginario sessuale di noi maschietti; perfino i buchetti di altri maschietti che si offrivano all'uopo, che una volta chiamavamo froci e oggi sono gay. Ma tutto ciò faceva parte dell'intimità di ogni essere umano, alla cui difesa credevo di contribuire anch'io quando, negli anni settanta, ero per la liberazione sessuale. Che per me significava una ed una sola cosa:

Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno! 
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
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Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!
Fatevi i cazzi vostri e parlate di meno!

Peccato che una simile civile e dignitosa posizione non vada d'accordo con un principio che ormai domina le nostre vite: tutto è merce. E allora la zucchina, il cetriolo o la melanzana presi al supermercato (meglio dall'orto) non vanno più bene, ci vuole il dildo a cinque velocità, magari con l'audio che quando le fotte grida "troia puttana dimmelo che ti piace!".

E che ce lo deve dire il dildo? 

Ma allora anche noi maschietti vogliamo la superbambola sexy computerizzata con la pelle vellutata e il telecomando che quando la fotti ci grida "sì sì sì nessuno mi fa godere come te!". Oppure, cambiando programma, ci sussurra "amore mio come sei tenero".

Quando si arriva al punto che anche l'intimità degli esseri umani, sapete: quella cosa che fa sì che esistano concetti come "trasgressione", "depravazione", in inglese "freak" da cui il romanesco fricchettone, diventa una cosa mercificata pubblicizzata in televisione, ecco, allora è il momento di prendere le armi. 

Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! 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Oddio, che ho detto! Oddio, che ho detto! 

sabato 19 agosto 2017

La geopolitica da bar e l'opzione sovranista della neutralità

Al bar di Castro dei Volsci, mentre sorseggio il secondo caffettino della giornata, uno dice "è strano che in Italia non ci siano attentati". Ovviamente la frase era per me che, al baretto, sono considerato l'esperto di politica ed economia. Una condizione di cui cerco di non abusare per non fare la fine del tuttologo. Nell'occasione, però, ho raccolto al volo l'assist, e ho risposto: "non vi sembra che questo sia un ottimo indizio del fatto che questi attentati non sono opera di cani sciolti?".

Perché non ci sono "cani sciolti" in Italia?


In effetti, se escludiamo la strage di Bologna che sembra essere stata un attentato non voluto (a quanto pare l'esplosione fu accidentale) l'Italia ha subito due soli episodi riconducibili (anzi, chiaramente ricondotti) al terrorismo mediorientale: le due stragi dell'aeroporto di Fiumicino del 1973 e del 1985. E in entrambi i casi gli autori non erano cani sciolti. Allo stesso modo, la stagione del terrorismo brigatista è concordemente ricondotta alla commistione di interessi tra una banda originaria di esaltati (le cosiddette prime BR) con i servizi segreti deviati italiani, e di altri paesi, che, per ragioni diverse, avevano interesse a indebolire lo Stato italiano nei termini della sua proiezione geopolitica nel Mediterraneo, nonché a preparare il terreno per il cambio di regime necessario ad assicurare l'adesione del nostro paese al trattato di Maastricht.

A rigor di logica, dunque, e al netto delle numerosissime discrepanze, incongruenze, strane coincidenze e quant'altro divulgate da siti e blog di controinformazione cosiddetti complottisti, è del tutto ragionevole interpretare la lunga sequenza di attacchi terroristici che stanno insanguinando l'Europa come episodi di uno scontro in atto tra le potenze imperialistiche occidentali. Uno scontro nel quale rischiamo di essere coinvolti anche noi, senza che la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica ne sia consapevole. Un esempio tra tanti: solo chi segue gli eventi con un minimo di attenzione e di metodo è informato del fatto che circa 900 soldati italiani, 700 dei quali del corpo di élite della Folgore, sono già schierati in Libia a sostegno del regime di Tripoli governato da Sarraj e appoggiato dagli USA, contro il regime di Tobruk governato dal generale Haftar e appoggiato dalla Russia. L'invio del nostro corpo di spedizione è stato deciso dopo l'iniziativa dei cari cuginetti d'oltralpe che, tramite i buoni uffici dell'europeista Macron (daie a ride) cercano di rientrare in gioco su un teatro nel quale, a dispetto del loro protagonismo nella guerra a Gheddafi, hanno ottenuto finora meno di quel che speravano.

Link: Nel castello con Macron. Sarraj e Haftar siglano un accordo per il cessate il fuoco in Libia e elezioni appena possibile. L'incontro su iniziativa del presidente francese. Alfano infastidito: "Sulla Libia troppe iniziative"

A sentire l'europeista (daje a ride) Macron "La crisi libica contiene due problemi ritenuti 'prioritari' dal governo francese: la lotta alla minaccia terroristica e quella contro il traffico di migranti". Non una parola, ovviamente, sul fatto che di fronte alle coste dell'Egitto è stato scoperto dall'ENI il più grande giacimento di gas mai rinvenuto nel Mar Mediterraneo (un affaruccio che, da solo, vale dai 300 ai 500 mld di €, senza considerare le ricadute in termini geopolitici legate alla possibilità/necessità di diversificare l'approvvigionamento energetico). Né un cenno al fatto che il 30% del suddetto giacimento sia stato venduto dall'ENI ai russi di Rosneft.

Link: Eni scopre nell'offshore egiziano il più grande giacimento a gas mai rinvenuto nel Mar Mediterraneo

Però i giornaloni e tutta la corazzata mediatica che, ogni santo (o maledetto) giorno, non fanno altro che instillare nella testa dellaggente l'idea che gli attentati sono opera di fanatici integralisti impegnati nel jihad per la riscossa dell'Islam, e dunque sarebbero cani sciolti, questi dettagli di secondo ordine (aridaje a ride) non li pubblicano, oppure lo fanno nelle pagine interne, con la conseguenza che solo una minoranza di cittadini riesce a leggere, informarsi e interpretare il quadro generale. Per cui è facile definire la minoranza di questa minoranza, quella che gestisce siti e blog di controinformazione, come complottisti. Un'operazione di sicuro successo per i "padroni del discorso", anche perché, e questo è bene sottolinearlo per non dimenticarlo mai, è purtroppo vero che, sul totale di questi siti di controinformazione, solo una sparuta minoranza è gestita da persone dotate di un minimo di capacità culturali, e solo una minoranza di questa sparuta minoranza è composta da soggetti realmente indipendenti, e non a loro volta affiliati, quando non addirittura assoldati, da una delle fazioni in lotta. Non chiedetemi di far nomi, tanto chi può capire capisce, gli altri si arrangino. Una sola precisazione: non mi riferisco a siti o blog di economia.

In questa situazione di voluta disinformazione, e in vista delle elezioni del 2018, la partita che gioca l'Italia è di una complessità estrema, anche solo considerando lo scenario mediterraneo. Siamo alleati degli USA, in Libia, contro l'Egitto sostenuto dalla Russia, ma abbiamo un interesse strategico in comune sia con l'Egitto che con la Russia; i francesi, al solito, giocano sporco; gli inglesi fanno il gioco degli USA, as usual, essendone i più fedeli alleati (brexit o non brexit, Trump o non Trump); nel frattempo, in sede UE, prendiamo ordini dall'asse franco-tedesco, ricattabili e ricattati come siamo perché nella Commissione Europea la maggioranza è saldamente in mani carolinge, con buona pace di Franco Modigliani che pensava di riuscire a imbrigliare la Germania costringendola ad una gestione collegiale della politica economica.

Ma naturalmente gli attentatori sono cani sciolti che combattono per il jihad, i quali colpiscono ovunque ma non in Italia!


Come si spiega questa macroscopica contraddizione? Mi permetto di avanzare un'ipotesi che, ovviamente, non ho espresso al bar di Castro dei Volsci per non passare da "esperto" a "tuttologo", ma che a voi, sparuta pattuglia di lettori, mi azzardo a sottoporre. Per far questo devo tirare in ballo Israele, un protagonista dimenticato, dal mainstream, delle convulsioni nel Mediterraneo e Medio Oriente, ma dotato di un centinaio di ordigni nucleari sotto il suo diretto ed esclusivo controllo, mentre noi ne abbiamo altrettanti ma gestiti dagli USA. Ebbene, penso che l'Italia, dai tempi di Andreotti e forse dalla misteriosa fine di Mattei (che magari è dire la stessa cosa) abbia contrattato una posizione di non belligeranza (fatte salve le partecipazioni ad operazioni militari concordate all'unanimità tra gli stati dell'occidente, e comunque sempre in posizione defilata) in cambio della libertà di fare affari rispettando gli equilibri di volta in volta sanciti dai rapporti di forza militari, e che il fulcro di questo equilibrio sia la nostra posizione di assoluta non ingerenza negli affari di Israele garantita, a sua volta, dall'arsenale nucleare americano dispiegato sul nostro territorio.

In pratica, e per dirla in termini che anche gli avventori del bar di Castro dei Volsci potrebbero comprendere, noi aspettiamo che i nostri grandi "alleati" (daje a ride) giochino la loro partita, poi facciamo affari con tutti. In questo siamo simili al Giappone e alla Germania, paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale, con la differenza che alla Germania, alleatasi con la Francia per esercitare il dominio sull'UE, possono aprirsi nuove prospettive - a patto che l'euro regga - mentre noi siamo ostaggio degli USA, degli inglesi e del loro cane da guardia Israele.

Questa è una collocazione internazionale dalla quale la nostra politica estera non può discostarsi eccessivamente, a meno che il grande capitale italiano non riesca ad entrare organicamente nel nucleo dell'Europa carolingia pagando il prezzo richiesto in termini adesione al modello socioeconomico dell'ordoliberismo, e quindi di smantellamento di quello inscritto nella nostra Costituzione. Il primo attentato in terra italiana sarà il segnale che questo equilibrio sta saltando.

Per la terza volta in un secolo dobbiamo scegliere se schierarci con gli angloamericani o con gli imperi centrali. Oppure restituire la sovranità al popolo, come impone la nostra Costituzione, e scegliere la stretta e difficile via della neutralità. Anche al costo di battere i denti per il freddo e spegnere i condizionatori quando fa caldo.

lunedì 14 agosto 2017

La prima legge dell'universo biologico (PLUB)

"A Luigi, che è, appunto, un famoerpartitista (e non c'è naturalmente nulla di male, e lui sa che io lo stimo), penso di aver detto una volta per scherzo che se mi davano una disoccupazione al 30% come in Germania dopo l'austerità (quella di Brüning), il partito glielo facevo in un attimo.Ho fatto male a dirglielo, perché in effetti siamo messi peggio. Speriamo che se ne sia dimenticato: altrimenti, la sua sarà la tessera numero uno (ma il partito non si farà in un attimo: anzi, non si farà per niente). " (Alberto Bagnai nel post "La disoccupazione in teoria e in pratica")

Dunque, se ho capito bene, er partito non si poteva fare prima perché ce vojono i sòrdi, non si può fare adesso ma non si capisce perché. Forse perché, con una disoccupazione superiore al 30%, sarebbe un partito nazistoide? Come sapete ho smesso da tempo di sforzarmi di capire il pensiero di Bagnai su uno dei versanti della sua specializzazione, quello politico, e mi limito a leggere le sue analisi economiche. Sempre più svogliatamente, per altro, perché una volta afferrato il concetto che avere una moneta unica senza Stato conviene solo al capitale e ai paesi più forti, non è che, ingozzandosi di dati e analisi, le cose possano cambiare. Il punto è che la Storia non è razionale, e men che mai razionalmente economica! Salvo a posteriori, in ogni senso.

E' giunto il momento, però, che io vi metta al corrente della Prima Legge dell'Universo Biologico (nel seguito PLUB) da me stesso medesimo di pirsona pirsonalmente scoperta all'età di quindici anni, che ho inutilmente tentato di far capire nel mondo di melassa degli psichicamente subordinati nel quale mi sono trovato a passare quasi tutta la mia vita. E che, forse, adesso entrerà nella zucca di molti di loro:

Prima legge dell'universo biologico - PLUB: Ogni entità biologica tende ad espandersi fino a quando non trova almeno un altro organismo che la fermi.

L'ho scoperta il giorno in cui, uscendo di casa furibondo dopo un litigio con mio padre, incontrai per strada un energumeno che era solito deridermi davanti a tutti, cosa che sopportavo perché il suddetto era molto più grosso di me. Non però quel giorno, in cui ero carico di adrenalina e di aggressività verso il padre (anche lui molto più grosso di me e comunque intoccabile per ovvie ragioni). Ecco, quel giorno l'entità biologica grossa venne fermata, da allora e per sempre, dall'entità biologica piccola, che le si scagliò contro con una furia mai vista. Da allora il fringuello poté circolare per strada senza più timore.

La PLUB non si applica solo ai singoli organismi, ma anche alle società che questi formano, ed ha validità in ogni genere di conflitto. Anzi, ne è il presupposto ontologico. In pratica, vi sto dicendo che la PLUB è all'origine sia della lotta di classe che dei confronti geopolitici, nonché (mi pare ovvio) dei litigi tra fidanzatini. Ne consegue che invocare l'avvento di una fumosa razionalità degli agenti economici che possa evitare il massacro sociale conseguente all'adozione di una moneta che (Illo dixit 2 dicembre 2012) è un metodo di governo, è un errore politico bello grosso.


Insomma er partito s'adda fa', e si farà perché la Storia non si ferma nemmeno davanti al portone dell'Accademia. Ed io non ho mai capito perché, dopo aver sostenuto che l'euro è un metodo di governo, Alberto Bagnai si sia messo a deridere i #famoerpartitisti, di fatto lasciando cadere l'opzione di muoversi con anticipo rispetto alla necessità ontologica di farlo comunque ma, ahimè, con anni di ritardo.

Per quanto mi riguarda, sono da sempre un #famoerpartitista. Quando nel 2005 incominciai a far politica, immediatamente pensai alla partecipazione alle elezioni amministrative comunali, tant'è che fui tra i principali promotori di due liste civiche a Frosinone nel 2007 e 2012; nello stesso periodo mi avvicinai al m5s, sempre con la stessa visione: costruire, per dirla nel gergo goofynomico,  un #movimentodarbasso. Lasciato il m5s e conosciuto Bagnai, dopo aver appreso molto da lui (ma non solo da lui) pensai che egli potesse diventare una leva fondamentale per la costruzione di un #movimentodarbasso su scala nazionale, operazione che immaginavo potesse essere condotta a termine nel giro di cinque anni, dapprima con una non partecipazione attiva alle elezioni politiche del 2013, successivamente con una chiamata generale all'impegno politico, sì da essere pronti per quelle del 2018. Nulla di tutto ciò è minimamente accaduto (non solo a causa della sua opposizione, ad esser sincero) e tuttavia la necessità ontologica di organizzare politicamente il mondo del lavoro si ripresenta oggi e si ripresenterà in futuro, sempre e comunque. Per una semplice e banale ragione: non c'è alternativa.

La verità è che si sono persi cinque anni per andar dietro all'illusione che la razionalità economica avrebbe preso il sopravvento. Ebbene, chi ha detto che prima era troppo presto e adesso troppo tardi si collochi. La statistica, che serve a dimostrare che ha vinto chi era più forte è (forse) una scienza, ma funziona a posteriori (in ogni senso) e pertanto non determina il futuro. Al massimo, salvo errori e/o manipolazioni dei dati, sancisce il passato.

E adesso primitivo di Manduria! Prosit...

domenica 6 agosto 2017

Trallallero trallallà (quando rinfresca scrivo quello che mi va)


Molte ore più tardi, al fresco della notte castrese...


Perché mi devo sforzare a scrivere, quando il flusso random-oriented di FB mi offre questa riflessione dell'amico Massimiliano Veneziani?

"A che punto e' il movimento sovranista in Italia!? Risorgimento socialista in Sicilia si Allea con Rifondazione e possibile.
CLN con gli indipendentisti siciliani che fino ad un'anno fa' erano pro Euro
Altri si dividono sui vaccini ed altri ancora, seppur nel merito di avere un'organizzazione, contano con il pallottoliere l'ennesimo 'sovranaro' in piu'
Questa e' la parodia triste di quello che dovrebbe essere la resistenza nostrana alla dittatura UE. 
Un branco di incapaci, desiderosi di evidenziare la propria preparazione o affermarsi in un mondo che non esiste ancora. 
Andate a cagare!"

Caro Massimiliano, consoliamoci col tango.

giovedì 3 agosto 2017

La "Leuropa": origine del termine e significato

Immagino abbiate fatto caso al fatto che spesso, nei post su FB e su TW, ma anche in articoli sulla blogosfera, compare il termine "leuropa", ad indicare sarcasticamente l'Unione Europea. Da dove salta fuori questo neologismo? Consentitemi di fare il professorino, che ve lo spiego immantinènte.

Quando viene scritto un post o un articolo su una qualsiasi piattaforma CMS (Content Management System) sia essa un semplice blog o un giornalone online a caratura nazionale o internazionale, all'atto del salvataggio è necessario assegnare ad esso un indirizzo unico. L'operazione avviene in automatico, ed è gestita da quello che nel gergo degli informatici (schiatta alla quale appartenni in una vita precedente) si chiama "http handler" (in ambiente .NET - in altri ambienti ha altri nomi, ma è sempre la stessa fesseria).

Una delle tecniche più in voga consiste nel prelevare il titolo del post, depurarlo di tutti i caratteri non permessi in una URI, verificare che ciò che resta sia effettivamente una stringa unica nell'ambito del dominio che ospita il sito web e, in caso affermativo, utilizzarla come indirizzo unico del post; oppure fare la stessa cosa dopo averla modificata in base a qualche algoritmo appositamente creato. Il risultato è un indirizzo unico la cui lettura costituisce, molto spesso, un abstract del titolo. Vi faccio un esempio.

Prendiamo questo articolo di Enrico Grazzini, dal titolo "Francia e Germania gettano la maschera: sotto l'europeismo c'è il nazionalismo". Ebbene, l'URI corrispondente, generata da un http handler appositamente codificato ed eseguito sul web-server, è questa:

http://temi.repubblica.it/micromega-online/francia-e-germania-gettano-la-maschera-sotto-leuropeismo-ce-il-nazionalismo/

L'http handler ha generato la parte in grassetto: francia-e-germania-gettano-la-maschera-sotto-leuropeismo-ce-il-nazionalismo/

La vedete la stringa "leuropeismo"? E' stata ottenuta, chiaramente, da "l'europeismo", togliendo l'apostrofo (anzi: lapostrofo).

Ecco, la "leuropa" nasce da questo, ed è diventato velocemente un modo, sarcastico e spregiativo, di riferirsi all'Unione Europea, che allude al fatto che l'Europa, intesa come continente con una storia antica, ricca e complessa, non è la Leuropa; che è invece un aborto di trattati internazionali imposti ai popoli europei da una minoranza di laleuropeisti, in sprègio alle costituzioni vigenti e a dispetto delle ripetute bocciature, nei referendum confermativi, degli stessi.

Poi è accaduto che il termine "Leuropa" sia finito sotto gli ochi di Illo. Il quillo, adottandolo, lo ha fatto diventare di moda...

mercoledì 2 agosto 2017

Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino

E chi si perde è di Berlino. Non è difficile da capire.

Il nucleo dei trattati europei è chiaramente incompatibile e opposto alla nostra Costituzione. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno che non si sia di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi dichiara di essere contro i trattati europei non può agire politicamente in contraddizione con ciò. Dunque non può dar vita ad alleanze con forze euriste continuando a dirsi sovranista. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi vi avvicina invitandovi ad aderire a un progetto politico sovranista e poi stringe alleanze con forze euriste vi sta offendendo, perché delle due l'una: o ha pensato che siete citrulli, oppure immaginato che, una volta entrati, vi sareste lasciati sedurre dalla concessione di qualche miserando ruolo tale da convincervi a rimanere. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi entra in un progetto politico sovranista, dichiarando dunque di essere contro i trattati europei, e subito dopo comincia a proporre nuovi temi, dai vaccini alle scie chimiche, è un mentecatto oppure un agente della Regina di Prussia. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi, pur denunciando il disastro causato dall'adesione all'euro e all'UE, tuttavia rinuncia all'impegno politico, dimostra senza ombra di dubbio di tenere famiglia. Un'opzione legittima e degna di rispetto, ma non un esempio da additare. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi, pur essendo sovranista, sostiene che non è ancora tempo di agire politicamente perché i tempi non sono maturi, è come quel barbiere che scrisse sotto l'insegna del suo negozio "oggi si paga domani no". Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

La grande caccia al "tesssòro dei sovranisti"


I sovranisti hanno un tesoro (anzi: un tesssòro) costituito dalla verità storica dei fatti e da quella, molto concreta, dell'agenda politica odierna fatta di circostanziate e documentate denunce della vera natura e ratio di Fiscal compact, bail-in, unione bancaria, acquisizioni estere, mosse geopolitiche. Sebbene i sovranisti siano politicamente ed elettoralmente ancora insignificanti, la realtà del disastro economico, politico e geopolitico in cui il paese è stato costretto dall'adesione acritica, da parte delle élites, al progetto leuropeista, rischia di tracimare dalle pur strettissime maglie del controllo sociale ingegnerizzato. Da ciò consegue che anche la sola ipotesi che una lista sovranista riesca a scendere in campo alle prossime elezioni politiche, ottenendo un risultato anche men che nullo elettoralmente, suscita inquietudine e spinge alla ricerca di contromisure preventive. Esaurite le cartucce della disinformazione, poiché la critica al progetto di devoluzione della sovranità nazionale nelle mani del grande capitale carolingio in cambio del controllo della marca italica promesso al capitalismo straccione nostrano (per altro sempre sub-iudice da parte dei potentati del nord) comincia a diffondersi, ora è il momento di passare ad altri metodi. Prima degli squadroni della morte ci sono altre opzioni, la prima delle quali è l'entrismo. A questo seguiranno limitazioni alla libertà d'espressione, l'infiltrazione dell'intelligence politica, qualche nuovo teorema giudiziario creato ad arte e infine, appunto, l'opzione squadristica. Il finale essendo, frattalicamente, una nuova marcia su Roma e un nuovo duce.

Non vi consoli l'idea che la Storia, ripetendosi, lo faccia in farsa, perché qui da noi la farsa c'è già stata. 


L'entrismo


L'entrismo è una tattica che consiste nell'inquinare la coerenza del messaggio politico della controparte utilizzando due metodi: a) infiltrare i quadri dell'avversario con propri elementi e b) corrompendone parte dei leader con promesse di ricompense di vario genere, in modo esplicito o, più spesso, in modo ellittico, così da favorire mutamenti della linea politica. Tanto più efficaci risultano entrambi i metodi, quanto più si avvicina un importante appuntamento elettorale, fallendo il quale l'avversario politico viene ricondotto all'ininfluenza.

L'entrismo del primo tipo è più facile da praticare utilizzando elementi di forze politiche che, sebbene facciano parte della stessa tradizione del vero avversario politico, siano in realtà inglobate nel sistema di potere dominante. Sono, insomma, i macellai col grembiulino rosa, sul quale gli schizzi di sangue si vedono di meno. L'entrismo del secondo tipo fa leva sulle debolezze umane, cioè sul fatto che ai margini del sistema di potere dominante ci sono sempre singoli individui, o piccoli gruppi, che si sentono frustrati perché estromessi dal sistema di ricompense e, in virtù di ciò, tendono ad avvicinarsi all'opposizione reale nella speranza di ottenere un minimo di visibilià, ma sono sempre lèsti nel tornare all'ovile al primo richiamo dei cani pastore.

Ovviamente le tecniche entriste non si esauriscono in ciò, essendovene di ben più sofisticate da porre in atto nella malaugurata ipotesi che l'avversario politico riesca, a dispetto di tutto, a crescere e a diventare man mano più forte. Tuttavia, per il momento, possiamo limitarci a considerare solo quelle già esposte, proponendo qualche semplice contromisura.

La principale contromisura per una forza di opposizione reale è, ovviamente, quella di dotarsi di una struttura decisionale allargata e rigorosamente democratica, sì da impedire che le decisioni importanti siano prese da un singolo leader o da una ristretta cerchia. Corrompere qualche centinaio, o migliaio, di quadri nelle cui mani risieda il vero processo decisionale è molto più difficile che farlo con un singolo individuo o una ristretta cerchia. Una solida forza politica di opposizione reale, che non sia cioè un gatekeeper, ha tutto l'interesse a mettere mano, al più presto, alla democratizzazione del processo decisionale. Tuttavia, quando la forza di opposizione reale è ancora allo stato nascente, la scarsezza di quadri e militanti non consente questa opzione, ragion per cui non resta che affidarsi alla coerenza logica della linea politica. Anzi, quanto più si è lontani dalla possibilità di costruire una struttura decisionale larga e democratica, tanto più è necessario fare affidamento sulla coerenza e sulla logica nel costruire e portare avanti una linea politica. La situazione attuale delle forze sovraniste è, oggi, quella testé descritta. La linea politica deve dunque essere radicale, logica e coerente, soprattutto in vista di un appuntamento elettorale nel quale il risultato vincente non può certamente essere quello di avere la maggioranza, bensì assurgere, finalmente, a visibilità. Il vero obiettivo di una partecipazione alle prossime elezioni politiche essendo quello di lanciare un segnale verso il basso, dimostrando che una testa di ponte è stata conquistata e chiamando ulteriori forze popolari alla sua difesa.

Questo obiettivo non potrà essere raggiunto, né potrà essere difeso, se un eventuale successo elettorale sarà stato ottenuto sacrificando la radicalità e la coerenza logica della linea politica, e a maggior ragione se, cedendo alle lusinghe di alleanze con forze politiche e personaggi inaffidabili, parte degli eletti, per non dire tutti, una volta ottenuto lo scranno cambiassero bandiera.

Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

giovedì 27 luglio 2017

Fa impressione constatare com’è cambiato tutto in fretta.

Link: Dedicato ai cinici che volevano tenersi il rais [gadlerner.it MARTEDÌ, 23 AGOSTO 2011]

"…e il prossimo sarà il siriano Assad! Ci sono voluti sei mesi di guerra, ma la rivoluzione degli arabi in cerca di libertà, dentro a un mondo contemporaneo che li aveva predestinati all’oppressione, continua inesorabile."

Stavo per andare a letto quando sono incappato in questo articolo del 23 agosto 2011 di Gad Lerner. Leggetelo e meditate.

Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. Era l'11 agosto del 2011. 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Glie munne se vòta (il mondo cambia, per i diversamente napoletani).

mercoledì 26 luglio 2017

Non chiamatela crisi: è una guerra [di Thomas Fazi]

Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranità popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione più radicale. (continua a leggere su eunews.it)

Nota rosicona


Ma 'nvedi 'sto pischello de Thomas Fazi, che riesce a dire in un saggio breve tutto quello che scrivo da anni in una miriade di post, e pure mejo de me! Poi dice che uno rosica...

Cari lettori del blog, leggetelo tutto che poi vi interrogo. E bannerò chi sgamo che 'ntruja. In cambio vi prometto che andrò presto a intervistare er pischello.

domenica 23 luglio 2017

La bellezza, l'armonia e la pace ci siano compagne lungo la via per la riconquista della sovranità popolare [di Mario Giambelli]

Ricevo dall'amico Mario Giambelli, e volentieri pubblico sul mio blog, questo suo testo (il cui titolo è stato scelto da me) che origina da quella che credo sia stata una sfortunata sequenza di fraintendimenti, a seguito di un passaggio male interpretato, e probabilmente anche male espresso, del suo intervento al Simposio di Camogli del 3 luglio 2017.

Poiché il mio intervento al simposio di Camogli non è stato correttamente inteso (me ne assumo la responsabilità: non sempre si riesce a comunicare in modo efficace), ho pensato di chiarire il mio pensiero con questo scritto, confidando sull’ospitalità di Fiorenzo.
Voglio subito ribadire che non considero il dott. Luciano Barra Caracciolo soltanto un maestro. E’ lo studioso che ha risvegliato in me la passione, all’età di 60 anni, per lo studio e l’approfondimento del diritto costituzionale ed è il giurista che mi ha reso facile “decifrare” i noiosi trattati europei, testi scritti per non essere compresi. Credo sia l’unico giurista italiano in grado di elaborare una precisa e pertinente analisi economica del diritto, possedendo egli competenze non comuni anche in materia economica. La mia ammirazione e la mia gratitudine nei suoi confronti sono perciò fuori discussione. Menzionando il suo articolo, ho precisato che il contenuto dello stesso, restando sul piano delle “alleanze” tra entità assimilabili a partiti, era assolutamente condivisibile. Mi sono solo stupito che il dott. Barra Caracciolo ragionasse solo in termini di alleanze. Rileggendo più attentamente il suo articolo, mi sono tuttavia accorto di essermi sbagliato. L’ipotesi della creazione di “un partito di massa, a orientamento legalitario-costituzionale” (come potrebbe essere un partito unitario sovranista) è parimenti considerata, ma ritenuta irrealizzabile - in quanto “irrealistica aspirazione teorica” - sulla base di un motivato e ragionevole pessimismo.
Chiedo venia per l’errore e passo a precisare il mio pensiero in argomento, fondato invece su “un’ottimismo della volontà” (o, forse, della disperazione?) che potrebbe rivelarsi - almeno questo è il mio auspicio - altrettanto ragionevole.
Un lettore del blog, il sig. Claudio Silvis, contesta l’idea che l’alleanza tra esseri umani per raggiungere obiettivi comuni risponda ad “un’istanza neoliberista”. Il problema non consisterebbe nell’alleanza in sé, ma “nella qualità intrinseca delle motivazioni” che ne animano il progetto. D’altra parte, osserva il medesimo lettore, “la nostra Costituzione non è forse il frutto di un’alleanza fra forze politiche diverse e per molti versi contrapposte?
Orbene, premesso che non ho parlato, durante il simposio, di alleanze “tra esseri umani” in genere, bensì di alleanze “tra sovranisti” (ed il particolare è determinante, come vedremo tra poco), la risposta alla domanda del sig. Claudio, per quanto posta come interrogazione retorica, non può essere che no.
La nostra Costituzione è una legge. E’ la Legge fondamentale, formulata ed approvata, con una maggioranza di 453 voti favorevoli e 62 contrari su 515 presenti e votanti, da un’assemblea parlamentare (la Costituente) eletta con sistema rigorosamente proporzionale (e quindi massimamente rappresentativo della volontà del Popolo italiano).
Le elezioni dell’Assemblea Costituente furono dominate da tre grandi partiti: la DC, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito Socialista, che ottenne il 20,7% dei voti e 115 seggi; il PC, che ottenne il 18,9% dei voti e 104 seggi. La tradizione liberale che era stata la protagonista della politica nell’Italia prefascista, ottenne invece il 6,8% dei consensi e 41 deputati.
Nell’Assemblea Costituente si confrontarono dunque idee, valori, modelli sociali, concezioni costituzionali (ad una concezione “atomista, individualista, di tipo occidentale, rousseauiana”, si contrapponeva, notoriamente, una concezione costituzionale “statalista, di tipo hegeliano”) e concezioni politiche diverse e, per molti aspetti, diametralmente opposte.
Il confronto fu acceso, a tratti molto aspro, con profondi dissensi e lacerazioni. Il lavoro fu instancabile. Oltre alle fatiche della Commissione dei 75 (testimoniato dai resoconti delle vivaci, polemiche e combattute discussioni sui singoli articoli proposti: http://www.nascitacostituzione.it/ ), lo testimoniano le 347 sedute assembleari, i 1663 emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione (dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti), i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori, i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti, i 40 ordini del giorno votati, gli 828 schemi di provvedimenti legislativi trasmessi dal Governo all’esame delle Commissioni permanenti ed i 61 disegni di legge deferiti all’Assemblea, le 23 mozioni presentate (delle quali 7 svolte), le 166 interpellanze (di cui 22 discusse), le 1409 interrogazioni (492 delle quali trattate in seduta), più le 2161con domanda di risposta scritta (che furono soddisfatte per oltre tre quarti dai rispettivi Dicasteri).
La Costituzione non fu il frutto di alleanze, bensì il frutto di “un processo di formazione democratica, cioè collettiva” (Meuccio Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, 22 dicembre 1947, Seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente). Fu il prodotto di una discussione (“che è il mezzo più razionale e più elevato per raggiungere quella verità relativa, che agli uomini può essere consentita”: Vittorio Emanuele Orlando, stessa Seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente) che vide le tesi più diverse e più opposte confrontarsi duramente su quasi tutti gli articoli. Alcuni di essi furono discussi da più di una Sottocommissione, o furono concepiti inizialmente come articoli differenti, diventando poi articoli unici o viceversa. Molti articoli furono trattati nelle discussioni generali in Assemblea, altri nacquero dagli emendamenti proposti. Come opera collettiva la Costituzione fu “transazione” ed “equilibrio” realizzato, con pazienza, intelligenza sopraffina e con eccellente tecnicismo giuridico-costituzionale, “fra le idee e le correnti diverse” (Meuccio Ruini, ibidem).
Il prodotto di quel processo, lo sappiamo, fu una rivoluzione epocale: l’avvento delle Costituzioni democratiche del secondo dopoguerra e, in particolare, della nostra, segnò il passaggio dallo Stato liberale (quello “aristocratico, espressione di liberismo individualistico” e di “dittatura della borghesia”, rivelatosi “impotente a mantenere un minimo di coesione sociale, perché l’abissale ineguaglianza delle posizioni di effettivo potere determinatasi fra i cittadini rendeva apparente la parità che la legge assicurava alle parti dei rapporti sociali , e privava la massa della popolazione del godimento delle libertà astrattamente riconosciute”, senza riuscire “a conseguire il fine del massimo benessere collettivo invocato a giustificare la pienezza della libertà concessa alla proprietà ed all’iniziativa economica privata”: così Mortati, voce “Costituzione”, Parte II – La Costituzione Italiana, Enciclopedia del Diritto, Giuffrè Ed., Vol. XI, 214 e ss.) allo Stato democratico, ovvero il passaggio dalla libertà-autonomia alla libertà-partecipazione (“la trasformazione del concetto di libertà - il quale, dalla idea della libertà dell’individuo dal dominio dello Stato, si trasforma in partecipazione dell’individuo al potere dello Stato - segna contemporaneamente la separazione della democrazia dal liberalismo”: Kelsen, Democrazia e cultura, 1955, 32), con la totale inversione del “valore attribuito ai due termini del rapporto proprietà-lavoro, conferendo la preminenza a quest’ultimo sul primo” (Mortati, ibidem).
Il passaggio dallo Stato liberale allo Stato democratico è un moto che i nostri Padri costituenti avevano immaginato come assolutamente irreversibile nel nostro sistema costituzionale e, dunque, chiuso - data l’immutabilità dei suoi principi fondamentali - ad ogni tentativo di ritorno al passato e di restaurazione di quel modello liberale-liberista che aveva generato miseria, sofferenze, differenze sociali, conflitto di classe, esclusione delle classi subalterne da qualsiasi funzione di governo, ed il cui fallimento era stato storicamente sanzionato con la grande crisi del 1929-1932.
Abbiamo purtroppo constatato che le previsioni dei Padri costituenti erano errate. La rivoluzione durò - malgrado i sabotaggi, le difficoltà, le inerzie e gli ostacoli di ogni genere interposti dalle forze conservatrici - lo spazio di un trentennio, sino alla fine degli anni ’70, quando, con il famigerato “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, la restaurazione liberale-liberista assestò un colpo letale allo Stato democratico.
I fatti, esterni ed interni allo Stato, che agevolarono la “controrivoluzione” liberista sono noti. Ho cercato di riassumerli qui https://www.youtube.com/watch?list=PLEEY0XES7Zsue0XLg_vefPIzRmXtYlz9k&v=pPxH7sUNqj8 (dal min. 5:16) e qui: https://www.youtube.com/watch?v=78qB-jhgwBU&index=9&list=PLEEY0XES7Zsue0XLg_vefPIzRmXtYlz9k.
Ritengo peraltro assai fondata l’analisi svolta sul differente, ma non meno interessante e concreto piano psicologico-sociale da Mauro Scardovelli, secondo il quale “la grande illusione della modernità è stata quella di creare la democrazia politica, l’autogoverno del popolo, la pace e la giustizia tra le nazioni, senza promuovere con altrettanto impegno la democrazia interiore, ovvero l’autogoverno di sé”. Osserva efficacemente tale autore che “il neoliberismo, nonostante le catastrofi che produce, continua a imporsi come pensiero dominante. Questo non solo grazie alla perdita di memoria storica, all’arretramento culturale dei popoli, alla propaganda mediatica, al marketing delle idee, agli intellettuali servi dei potenti, ma anche soprattutto perché, facendo leva sulla facile propensione umana alla comodità, all’egoismo, all’avidità, e agli altri inquinanti della mente, ha promosso una regressione psichica di dimensioni ormai endemiche. Pompando il narcisismo, l’infantilizzazione, l’individualismo, la prolificazione dei desideri, ha generato una nuova forma di vita, basata sulla competizione generalizzata in ogni relazione umana, compresa quella con se stessi. In altri termini, ha elevato a valore universale l’ultima forma storica di etica autoritaria, materialistica, oligarchica, competitiva, bellica, diffondendo due patologie strettamente connesse: lo sfruttamento delle debolezze altrui (struttura narcisistica) o l’implacabile persecuzione delle proprie debolezze (struttura depressiva-ansiosa). In altre parole, il neoliberismo promuove la concentrazione della ricchezza e la distruzione della cultura, conduce alla proletarizzazione del mondo e alla distruzione dell’ambiente. Questo progetto diabolico può realizzarsi solo con la complicità delle vittime che, avendo interiorizzato - a livello di inconscio sociale - il pensiero bellico neoliberista, anziché unire le forze contro il comune nemico, sono spinte a lottare tra loro e al loro interno, rendendo quasi nulla ogni possibilità di resistenza. […] Gli intellettuali critici più accorti sono concordi sull’inderogabile e prioritaria necessità di diffondere con tutti i mezzi una nuova consapevolezza, in grado di smascherare la menzogna mediatica, e un nuovo tipo di pensiero in grado di liberarci dalla patologia neoliberista interiorizzata, ripristinando il cammino verso la libertà interiore e la giustizia sociale. Svolta culturale indispensabile a ridare vita alla nostra Costituzione e a ridare forza al suo progetto di società libera ed equa, per la quale tanto sangue innocente è stato versato. [...] A quest’opera di risveglio tutti siamo chiamati a partecipare, ciascuno con le proprie competenze, risorse, energie disponibili. Avendo ben chiaro che il lavoro più grosso e difficile è quello interiore". Senza più cadere “nell’illusione, e nella trappola più insidiosa, di poter agire sul mondo esterno senza aver trasformato le convinzioni e le programmazioni mentali, egoiche e neoliberiste. Convinzioni e programmazioni che ci rendono inconsciamente e strutturalmente adesivi allo stesso modello neoliberista che crediamo di combattere, facilmente polemici e conflittuali tra noi, anziché empatici, solidali e costruttivi. Quindi individui propensi a dividersi e a scannarsi nella lotta orizzontale tra portatori di idee diverse, nelle quali ci identifichiamo, alimentando il conflitto tra poveri e sfruttati, anziché pronti ad unire le forze nella lotta contro il nemico comune, la lotta verticale contro i veri oppressori: gli oligarchi della finanza internazionale” (https://drive.google.com/drive/folders/0B4fo9SXBK4fTZzVIVm9FT1JYRVU).
L’articolo del presidente “a vita” del FSI, che ho citato durante il simposio di Camogli, dimostra in pieno la correttezza di questa analisi. In quello scritto vi è l’apologia della competizione (anche tra soggetti che non dovrebbero affatto competere, ma collaborare, unire le forze “per allargare il proprio territorio di idee arricchendolo del contributo degli altri, sino a condividere un territorio comune”, costruendo così una comunità in grado di opporsi al nemico comune); vi è una chiara propensione al conflitto ed alla disgregazione (laddove si pretende di escludere da una molto futura alleanza sovranista tutti coloro - fossero anche raffinati intellettuali, efficaci divulgatori, ecc. - che non avranno dimostrato una vocazione paramilitare sapendo organizzarsi in associazioni o piccoli partiti, “crescere per qualità e quantità di militanti”, marciare compatti “sulle strade”, organizzare “eventi sul territorio”, evitare le scissioni e via dicendo. Casi, “da sottoporre addirittura agli psicologi”, secondo l’improvvisato psicanalista “fissino”); vi è l’ossessivo attaccamento alle proprie ragioni ed un’evidente propensione alla polemica difensiva del proprio (limitatissimo) territorio privato di idee (“chi non ci stima si sbaglia o peggio... non è in grado di apprezzarci” e, in ogni caso, “la nostra stima non è eterna”); vi è dunque una (forse) inconsapevole, ma strutturale adesione al modello liberista che si crede di combattere, ma che, in realtà, si riproduce goffamente all’interno del proprio (aggettivo possessivo) gruppo sovranista.
Apro una parentesi. Il precitato soggetto ha reagito con malcelato rancore alla mia critica: dopo avermi definito, con sarcasmo, un “genio” per aver sostenuto che lo schema dell’alleanza (che presuppone logicamente una divisione e, quindi, un potenziale conflitto, tra soggetti politici, per diversità di tradizioni o di indirizzi) è coerente alla logica liberista della competizione e del conflitto ed è quindi da evitare nell’ambito di un processo di unificazione sovranista, mi ha pure “psicanalizzato”, affermando che dietro le mie posizioni “vi è probabilmente una debolezza psicologica” che spiegherebbe “la debolezza logica delle medesime”, “un blocco psicologico che conduce ad un moralismo da strapazzo”, aggiungendo – con un tono derisorio che inconsapevolmente tradisce un processo cognitivo distorto (noto come “etichettatura globale”) - che “non a caso parliamo di un astemio” (ebbene si… ho questo gravissimo difetto). Non pago di ciò, ha altresì psicanalizzato lo psicoterapeuta, l’amico Mauro Scardovelli, descrivendolo come una persona “non cresciuta caratterialmente, essendo rimasto un bambino fortemente egocentrico, fino a una forma di narcisismo patologico, con l’aggiunta di un tratto di modesto moralismo”. E ciò per il fatto di aver sostenuto che, “per attuare la Costituzione, riportandola al centro dell’agenda politica, è indispensabile una prassi trasformativa che agisca non solo sul piano esterno, delle istituzioni liberticide, ma anche sul piano interiore delle istanze psichiche distorte - rese distruttive dall’educazione e dalla cultura competitiva - che ci alienano dal nostro vero sé e dalla nostra più profonda essenza di esseri relazionali, naturalmente socievoli e collaborativi” e che, “recuperare la nostra autenticità, la nostra salute e la nostra propensione empatica, è un passo necessario per formare, a tutti i livelli, gruppi di lavoro realmente sinergici, efficienti e creativi, dei quali abbiamo sommamente bisogno”.
Sorvolo sugli attacchi personali di chi - senza conoscere nulla della mia vita sociale, lavorativa, familiare (o di quella dell’amico Scardovelli), dell’educazione che ho ricevuto e che ho trasmesso ai miei figli, delle discipline e delle arti che ho praticato e pratico tutt’ora, dei principi etici che hanno sempre guidato i miei pensieri e le mie azioni – esprime, senza possedere alcun titolo o competenza per farlo, giudizi un tantino grotteschi sulla mia psiche. Valuterà il lettore se tali giudizi siano da ascrivere ad occasionali alzate di gomito (pratica che tempo fa il soggetto in questione rivendicava con orgoglio), o ad altri fattori causali (malevolenza? Orgoglio? Presunzione? Arroganza? Permalosità? Dispatia? Risentimento?). Inquinanti del pensiero da disattivare con la compassione, sentimento che, come insegna l’amico Scardovelli, appartiene alla sfera delle “qualità dell’essere, o qualità dell’amore: le qualità o virtù che generano senso, orientamento e felicità durevole in una vita pienamente vissuta”.
Mi limito soltanto ad osservare che gli attacchi sul piano personale confermano, ancora una volta, quanto sia corretta l’analisi di Mauro Scardovelli (invito a leggere attentamente, sul punto, il paragrafo 12 del primo capitolo dello scritto “Economia e Psiche”, sopra “linkato”) e rivelano quanta strada, purtroppo, dobbiamo ancora percorrere, a livello interiore, per poter realizzare, sul piano esteriore, la rivoluzione solidaristica concepita dalla nostra Costituzione.
Chiudo la parentesi e torno al discorso originario.
Per quanto detto, il paragone con la Costituzione non è calzante. Sia perché la Costituzione, come abbiamo visto, non è frutto di un’alleanza tra forze politiche diverse, ma di un processo di formazione democratica, sia perché il compito dell’universo sovranista non è quello di confrontarsi, come avvenne in Assemblea Costituente, su idee, valori, modelli sociali diversi e contrapposti per darsi una Costituzione.
Il mondo sovranista possiede già un territorio comune di idee e di valori che vuole riaffermare ed attuare, ovvero quello consacrato nella nostra Costituzione del 1948. E’ la volontà di attuare i principi fondamentali della Costituzione la base comune ed il collante del mondo sovranista. Al cui interno non v’è ragione di stringere alleanze. Ci si allea, per perseguire uno scopo comune, se si è divisi e potenzialmente in competizione (non è un’affermazione aprioristica, bensì la realtà insita nel concetto stesso di “alleanza”). Erano divisi ed in competizione il PCI ed i socialisti che pure sia allearono dando vita al Fronte Popolare nel 1948 o, successivamente, alle giunte di sinistra. Erano divisi ed in competizione il PSI, il PSDI, il PRI e la DC che diedero vita, alleandosi, al Governo Moro nel 1963. Si allearono, fondamentalmente, per prevalere in una competizione elettorale, o per dare vita ad una maggioranza di governo, cioè per sostituire un gruppo di potere ad un altro gruppo di potere. E’ ovvio che non tutti i gruppi di potere siano uguali e che alcuni siano preferibili ad altri, in quanto più vicini all’ideologia accolta dalla Costituzione. Ma cosa produssero, alla lunga, le citate alleanze? Furono forse in grado di impedire la restaurazione liberale-liberista? Se aspiriamo ad un vero cambiamento, che ponga per sempre fine all’oppressione dell’uomo sull’uomo, dobbiamo prima di tutto unire le forze e costruire una comunità politica.
Sono divisi ed in competizione tra loro i vari frammenti del mondo sovranista? Non dovrebbero esserlo, condividendo tutti l’ideologia accolta dalla nostra Costituzione del 1948 ed il desiderio di attuarla. Se sono divisi, non lo sono sulle idee e sui valori, ma per futili questioni egemoniche, come chiaramente traspare dal citato articolo del presidente del FSI (ove, addirittura, si pretende di stabilire, unilateralmente ed in base a parametri numerici di tipo autoreferenziale, chi potrà partecipare e chi no alla costruzione della più che futura alleanza sovranista e chi avrà titolo per dirigerla). Lo sono perché “la distorsione egoico-competitiva dell’io umano relazionale e socievole” è divenuta “totalizzante, planetaria, endemica, come unica forma di io”, contaminando, in modo evidente, molte figure di spicco dei frammenti sovranisti, condizionandone il pensiero e l’azione.
I veri sovranisti non devono stringere alleanze a fini elettorali. Devono prima di tutto costituire una loro comunità politica attorno ai grandi valori condivisi. Per farlo, devono ripartire dalle qualità affettive ed amichevoli con cui è fondamentale vivere le relazioni quotidiane, a partire dalle riunioni del movimento. Devono aprirsi al dialogo, ricordando sempre che “la relazione e la sintonizzazione con l’altro vengono prima della parola e dell’azione comune che vuole essere retta e giusta”. Devono darsi regole democratiche che garantiscano una regolare alternanza alla guida del movimento. Costruita la comunità, i sovranisti dovranno poi individuare i loro esponenti politici e guadagnare progressivamente consenso con la grande forza degli ideali predicati, evitando - quantomeno nella fase della crescita e dell’affermazione - di inquinarsi stringendo alleanze (elettorali) con partiti o movimenti non autenticamente sovranisti.
Questa, a mio avviso, è la strada da seguire per cercare di riportare la Costituzione del 1948 al centro del programma di sviluppo sociale ed economico del Paese. Tra alleanza ed unità non vi è soltanto una differenza terminologica, ma sostanziale. Non vi è futuro per il sovranismo democratico e popolare senza l’unità dei sovranisti. Ma l’unità presuppone un lavoro, una prassi trasformativa interiore del nostro io che ci consenta di recuperare la nostra naturale propensione empatica, relazionale e comunitaria, contaminata, come abbiamo visto, dal pensiero neoliberista. E, non di meno, un’adeguata formazione “sulle tecnologie psicologiche più efficaci di mediazione, intese come competenze democratiche di base”.
Che poi sia o meno corretto “ridurre sic et simpliciter ad un’istanza neoliberista il fatto che gli esseri umani si alleino per raggiungere obiettivi comuni” poco importa. In linea generale, parlando di esseri umani, può effettivamente apparire scorretto (anche se, come ho cercato di spiegare, lo schema dell’alleanza, a prescindere dalle sue contingenti motivazioni, è coerente alla dimensione conflittuale orizzontale della società neoliberista) e l’accostamento può sembrare una forzatura. Tuttavia qui non si discute di alleanze tra esseri umani in genere, o tra soggetti politici differenti per ideologie, tradizioni o indirizzi, bensì del processo di unificazione sovranista, per realizzare il quale è assolutamente necessario abbandonare ogni propensione al conflitto e, quindi, l’utilizzo di schemi che lo presuppongano. Che l’accostamento sia o meno una forzatura è perciò irrilevante. Conta solo che il processo unificante si compia, prendendo coscienza, magari anche grazie ad una forzatura, che lo stesso potrà risultare vincente solo partendo dalle qualità dell’essere e delle relazioni umane, dall’etica del dialogo e della collaborazione. E conta che si compia al più presto. Mentre vi è chi straparla di alleanze elettorali per il 2023 e di chi avrà titolo per dirigerle, la tecnica di condizionamento mentale nota come finestra di Overton (http://www.lastoriavariscritta.it/la-finestra-di-overton/#sthash.HfW7g3Fc.dpbs) – volta, nella fattispecie, a veicolare il concetto che siano i principi fondamentali della Costituzione (“frutto di compromessi fra alcune forze, democristiani, socialisti e comunisti, che all’epoca non brillavano per adesione ai principi liberali”) ad ostacolare le riforme di cui necessiterebbe il Paese e che, pertanto, essi siano da cambiare (ovviamente ristabilendo la preminenza del capitale, “la proprietà privata”, sul lavoro, così come prevedevano le costituzioni ottocentesche) – è ormai approdata alla sua terza o quarta fase (“idea accettabile” o addirittura “sensata, razionale”): http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_21/costituzione-2ba03ff2-6d83-11e7-8b64-8c2227f4edc4.shtml .
Di questo passo, nel 2023 non stringeremo alleanze elettorali, perché saranno definitivamente estinti gli ormai “inutili” riti elettorali.
Auguro perciò a tutti noi un buon lavoro, aderendo senza riserve all’appello di Fiorenzo: Un imperativo morale.

Mario Giambelli

Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell'ambito della normativa europea sulla protezione dei dati. Ulteriori informazioni

In un caldo pomeriggio di luglio, bello sbracato in giardino, seguendo una mia linea di pensiero mi vien voglia di fare alcune ricerche. Finisco su questa intervista al magistrato Ferdinando Imposimato:


Filmato che mi induce ad effettuare una ricerca sul testo "diario di giovanni falcone testo", il cui risultato risulta corredato, ad ogni pié pagina, dalla seguente dicitura: "Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell'ambito della normativa europea sulla protezione dei dati. Ulteriori informazioni".

Mi ricordo, a questo punto, di una strampalata email ricevuta qualche giorno fa, recante "Oggetto: RICHIESTA DI CANCELLAZIONE", nella quale, in un italiano sgrammaticato, mi viene richiesto quanto segue (i riferimenti al personaggio coinvolto sono omessi): 

"Gen.mo Direttore Fraioli del prestigioso Blog Ego Della Rete, cogliamo l’occasione per complimentarmi dell’originalità del blog e soprattutto di come vengono rappresentati le notizie nella rete. Vi scriviamo in quando stiamo tentando di portare a termine un processo di Rimozione di un articolo in oggetto con riferimento [OMISSIS], (allegato) in conformità alle pregresse disposizioni impartite dal Garante per la protezione dei dati la personali nello specifico il contemperare i diritti della persona (in particolare il diritto alla riservatezza) .Pertanto per portare a termine la richiesta di de-indicizzazione presso Google chiediamo una vostra preziosa  collaborazione a finché l’articolo sottoposto sia rimosso dal vostro blog.
Certo di una sua comprensione le invio cordiali saluti. "

Il tutto proviene da un sito privato (privacygarantita.it) sul quale campeggia la scritta:

Ci vogliono 20 anni per costruire una reputazione, bastano 5 minuti per rovinarla

Giustamente allarmato sono corso a controllare cosa avessi mai scritto nell'articolo incriminato, nel quale avrei rovinato la reputazione di qualcuno. E cosa ci trovo? La notizia di un guaio giudiziario nel quale era incorso un grande (per la provincia di Frosinone - n.d.r.) imprenditore locale che si era messo in evidenza, nel decennio precedente, per via di una lunga serie di proposte di operazioni urbanistiche, sostanzialmente finite tutte con un nulla di fatto. 

Riletto il testo dell'invito, del quale per altro mi ero dimenticato e, a mio parere, inaccettabilmente insultante nel tono oltre che sgrammaticato, decido che non collaborerò. Il problema è di google, che può decidere o meno di deindicizzare la pagina in ottemperanza alla richiesta dell'interessato, non mio. Anche perché la notizia, trascorsi poco più di tre anni, continua ad essere di pubblico interesse, stante il perdurare delle attività imprenditoriali, anche su concessioni pubbliche, del presunto danneggiato. Se e quando avrò notizia del ritiro a vita privata dell'interessato, comprovata da foto che lo ritraggano ai giardinetti in compagnia del cane e rigorosamente munito di sacchetta per la raccolta degli escrementi, allora e solo allora cancellerò l'articolo dal mio blog. In mancanza di ciò, il suddetto continua ad essere un soggetto che agisce nell'arena pubblica, in quanto tale sottoposto alle ovvie valutazioni di onorabilità che tale ruolo impone.

Sbrigata questa zeppa locale, torniamo al filo dei miei ragionamenti relativi alla "normativa europea sulla protezione dei dati", non recepita in Italia da alcuna legge votata in Parlamento ma, di fatto, attuata col metodo della "Giurisprudenza come insieme di decisioni giudiziarie", secondo la tradizione nata in Inghilterra e adottata anche negli USA delle corti che fanno giurisprudenza. Io non sono un giurista ma... un cittadino sì, e anche se affermassi castronerie improbabili godo tuttavia dei diritti politici riconosciuti dalla Costituzione, quindi dico la mia! Ora, il fatto che google possa scrivere, in calce a una ricerca sul testo "diario di giovanni falcone testo", che "Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell'ambito della normativa europea sulla protezione dei dati. Ulteriori informazioni" mi sgomenta. Per altro, ho scoperto che lo stesso risultato lo si ottiene se effettuo una ricerca sul mio nome, scoprendo così che, a mia insaputa e contro la mia volontà, sono già "protetto" da google. E siccome io non ho mai, ribadisco mai, chiesto a google di cancellare alcunché mi riguardi (anche perché i miei fattacci personali me li gestisco col metodo dei pizzini) ne deduco che qualcuno potrebbe aver già chiesto, sempre a mia insaputa, di deindicizzare qualcuno degli articoli nei quali mi sono occupato della res-publica.

Vuoi vedere che la zeppa locale origina dal fatto che io, e io solo, ho dato notizia del fatto che ha interessato il non ancora pensionato ai giardinetti, informando il popolo come nessun altro organo di informazione ha fatto? Per cui, cancellato il mio articolo, la cosa è sistemata per sempre?

Il fatto è che questa storia del diritto all'oblio, e in generale il cosiddetto diritto alla privacy - per altro tranquillamente ignorato dai call center che ci telefonano più volte ogni giorno per offrirci vantaggiosissime condizioni contrattuali per questo o quel servizio, o ci inviano sms con link cliccando sui quali ci si ritrova ad essere sottoscrittori a nostra insaputa di servizi onerosi - sono il cavallo di Troia per indurre gradualmente, attraverso segnali di minaccia costituiti da possibili traversie giudiziarie, forme di autocensura volontaria. E' la dittatura dell'ordine internazionale dei mercati che avanza, giorno dopo giorno con passo implacabile, erodendo diritti costituzionali con tecniche sopraffine. Una delle più efficaci essendo, come ci hanno insegnato le brigate rosse manipolate da agenzie sovversive che agivano per conto di entità sovranazionali, quella di colpirne uno per educarne mille. Dare l'esempio, insomma, come chi ha il potere ha sempre fatto dalla notte dei tempi. Qualche esempio? Ho fatto il classico, per cui ne citerò due risalenti alle epoche antiche:
  • A Sparta ogni anno gli efori dichiaravano guerra agli Iloti, un atto rituale che formalizzava lo stato dei rapporti fra le due classi e rendeva lecito commettere aggressioni senza compiere un sacrilegio.
  • Roma, terza guerra servile: sebbene la gran parte degli schiavi fosse morta in battaglia, circa 6.000 sopravvissuti erano stati catturati da Crasso, che li mise tutti a morte mediante crocefissione sulla strada tra Capua e Roma
In battaglia, quando le cose si fanno difficili, ci si difende serrando i ranghi. Guai a cedere all'istinto di fuggire: è quello il momento in cui comincia il massacro. Oggi il fronte dei diritti sanciti dalla Costituzione è in difficoltà, sembra dare segni di cedimento, ma è questo il momento di piantare gli scudi per terra e non arretrare. Uno per tutti e tutti per uno! Così saremo invincibili.