venerdì 23 giugno 2017

Globalizzazione e digitalizzazione

Da qualche tempo circola inquietudine in merito a una crescente accelerazione tecnologica, in particolare nel campo digitale, descritta come fonte di pericolo per la democrazia. Da Alberto Micalizzi (L'ultimo pugno di dollari: il Fedcoin) a Paolo Barnard (DOVETE TUTTI POTER CAPIRE COSA VI STA ARRIVANDO ADDOSSO. BLOCKCHAIN SPIEGATO ALLA ZIA) solo per citare due blogger tra i molti che stanno lanciando l'allarme, l'impressione che si rischia di ricavare da tali scritti è che il motus primus dei cambiamenti in corso, invero straordinari, sia lo sviluppo tecnico, in primo luogo la digitalizzazione, grazie al controllo della quale potentissimi gruppi privati, ultimamente anche statali, stanno ridisegnando i rapporti sociali ed economici. Questa lettura non è infondata, ma rischia di essere troppo univoca perché pone in ombra il più complesso rapporto tra la politica e lo sviluppo tecnico, contribuendo, magari involontariamente, a rafforzare un'interpretazione che vede la globalizzazione, processo politico per eccellenza, come una conseguenza automatica del progresso tecnico.

Per cominciare, osserviamo che stiamo parlando di "sviluppo tecnico", e non di uno in particolare come la digitalizzazione. Pertanto, se è possibile discutere la tesi "la globalizzazione è conseguenza dell'attuale stadio dello sviluppo tecnico", è invece totalmente sbagliato sostenere che "la globalizzazione è conseguenza della digitalizzazione". Forse che i processi di globalizzazione a cavallo tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX sono stati causati dalla "digitalizzazione"?
E' vero, invece, che lo stadio delle conoscenze scientifiche e delle competenze tecniche modifica in profondità il campo di gioco sul quale si sviluppano le contraddizioni sociali e i confronti geopolitici.

Attenzione, le contraddizioni sociali e gli scontri geopolitici non sono la stessa cosa, nel senso che non è possibile la reductio ad unum di queste polarità, come spesso si fa sia "a destra" (tutto è geopolitica) che "a sinistra" (tutto è lotta di classe). Due esempi:
  • La Roma repubblicana  si impose sul piano geopolitico, dopo aver trovato un equilibrio di classe interno, grazie alla tecnica militare, che era proprietà di tutti i cittadini, cioè dello Stato. 
  • I moti rivoluzionari del XIX secolo furono possibili perché lo stadio dello sviluppo tecnologico non consentiva la loro repressione immediata, allorché bastava una barricata per far tremare un trono, sebbene il suo controllo fosse nelle mani di governi autoritari e di classe.
Torniamo alla dialettica globalizzazione-tecnologia concentrando la nostra attenzione su quella particolare forma di tecnica che è la digitalizzazione, oggi sotto il controllo totale e assoluto delle classi dominanti, sebbene non sia monopolio di un singolo Stato. Questo è lo stato delle cose correnti: la tecnologia digitale è uno strumento che altera in profondità gli equilibri di classe, nel senso di centralizzare in alto il potere di controllo, mentre agisce in senso inverso su quelli geopolitici perché ogni Stato (più in generale ogni raggruppamento di potere, anche privato) è in grado di gestirla alla pari degli altri. In questo la tecnologia digitale si distingue da altre che, in passato, hanno fornito a singoli Stati un vantaggio. Non è, per intenderci, come la tecnologia nucleare, o la siderurgia nel XIX-XX secolo, il cui controllo era monopolio degli Stati più forti; oggi anche uno Stato di piccole dimensioni, o un gruppo privato, può giocarsela, su questo terreno, alla pari con l'Impero. Non è così, purtroppo, per i singoli cittadini, ai quali la tecnica digitale ha sottratto potere trasformandoli, con il loro entusiastico consenso per altro, in schiavi la cui vita è controllata in ogni minuscolo aspetto.

Sic stantibus rebus l'idea di una democratizzazione su scala globale, come conseguenza della digitalizzazione, è assolutamente priva di prospettive, e su questo credo ci sia un consenso ormai maggioritario dopo la sbornia di ottimismo dei decenni passati. E' altrettanto vero, però, che non solo la digitalizzazione non è la causa dell'attuale globalizzazione, che ha una radice politica e geopolitica, ma addirittura si presta ad essere un freno per questo processo. Nulla può infatti impedire a uno Stato, dotato della capacità di controllare militarmente un territorio, di sviluppare una sua rete digitale, interconnessa con le altre attraverso munitissime dogane digitali che controllino il traffico. Non così per i grandi gruppi privati privi di sovranità militare su un territorio che anzi, avendo interesse ad operare su scala globale, necessitano di un Impero che assicuri l'abolizione delle frontiere reali, e quindi di quelle digitali.

Per esser chiaro e farmi capire anche dalla zia di Barnard, se la Russia vorrà chiudere il suo spazio sovrano alle criptomonete occidentali potrà farlo. Lo stesso vale per l'Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti, mentre non sarà possibile a un paese come l'Italia difendersi dalle conseguenze economiche dell'introduzione delle criptomonete, per le quali la stessa UE potrebbe emanare una legislazione favorevole senza che ci si possa opporre. In definitiva, allo stadio attuale dello sviluppo della tecnologia digitale, questa agisce come uno strumento che favorisce il processo di formazione di un mondo multipolare ma, al contempo, all'interno di ognuno dei poli, è uno strumento potentissimo di controllo, dunque potenzialmente di oppressione. Il che ci riporta alle ragioni della politica, ovvero alla necessità di delimitare il campo al cui interno è possibile sperare nella possibilità di un controllo democratico della digitalizzazione. Per noi sovranisti questo campo è quello degli Stati nazionali così come si sono storicamente costituiti, in quanto caratterizzati da un forte sentimento di identità popolare, l'unico che possa mobilitare la resistenza contro le élites, che hanno invece interesse alla creazione di macroaree nelle quali questo sentimento sia debole, così da facilitare lo spostamento in alto dei centri di decisione reali.

Nell'ambito dei rapporti sociali di classe la digitalizzazione è un problema estremamente serio. La vita di ognuno è ormai continuamente tracciata, le videocamere sorvegliano il territorio, dall'alto satelliti militari sono in grado di leggere il codice che digitiamo quando preleviamo dal bancomat; ovviamente ogni transazione finanziaria è tracciata, i nostri conti corrente possono essere posti sotto sequestro in qualsiasi momento, anche senza motivo, semplicemente con una lieve forzatura delle norme già legali qualora ciò si rendesse necessario per intimorire un oppositore scomodo. A ciò si aggiunga il fatto che chiunque, ripeto chiunque, diventasse davvero scomodo per l'ordine costituito, potrebbe essere falsamente incriminato e condannato senza pietà per qualsiasi crimine inventato, semplicemente ricorrendo a un'operazione coperta dei servizi segreti, per i quali non sarebbe difficile inquinare le prove del DNA. La digitalizzazione, insomma, si è aggiunta al già vasto armamentario di controllo a disposizione di chi detiene il potere, al punto che è lecito porsi una domanda cruciale: resisteranno, e quanto a lungo, i poteri costituiti, prima di approfittare senza più alcuna remora dell'enorme vantaggio che la tecnologia digitale (soprattutto) ha improvvisamente messo nelle loro mani, prima di farne un uso esplicito? Di più: è possibile che la sola minaccia del controllo assoluto sulle vite dei cittadini stia già ora esplicando i suoi effetti, inducendo ad un'inconsapevole remissività milioni e milioni di cittadini, ai quali forse non resta altro coraggio se non quello di astenersi dal voto?

In definitiva la digitalizzazione non è la causa della globalizzazione, come viene fatto credere alle masse di pigiatori di tasto convinti, per ciò, di essere espertoni digitali, ma ne rappresenta un freno, in quanto è una tecnologia accessibile anche a piccole realtà statali che possono dispiegarla efficacemente a patto di avere il controllo militare delle frontiere territoriali. Per converso, all'interno di ogni realtà statuale, grande o piccola, essa si presta ad essere uno strumento di dominio totalitario. Infine, i grandi interessi che promuovono la globalizzazione spingono per la costruzione di grandi aree di libero scambio orwellianamente controllate dal vertice per mezzo della tecnologia digitale, sognando di unificarle, un giorno, così da realizzare un distopico nuovo ordine mondiale.

L'epicentro della dialettica testè descritta è il processo di costruzione dell'Unione Europea. Salvaguardare la civiltà significa, oggi, vincere una duplice sfida: far fallire il progetto di costruzione della macroarea liberoscambista europea a conduzione verticistica recuperando le sovranità nazionali, e farlo su base democratica, così da ricondurre il controllo delle tecnologie digitali sotto il severo controllo di parlamenti democraticamente eletti e di un'opinione pubblica correttamente e pluralmente informata. E' questo il compito storico del sovranismo.

lunedì 19 giugno 2017

L'e-n€uronet


Era il 23 ottobre 2011.  Qui la playlist completa degli interventi: https://www.youtube.com/playlist?list=PL7600B261863B8C01


Ho l'abitudine, nella buona stagione, di fare delle lunghe passeggiate sul montarozzo di Castro dei Volsci. Stamane riflettevo su questa segnalazione...



...quando, nel blu dipinto di blu del cielo castrese, ho concepito l'e-n€uronet, che sta per euristic-no€uro-network (rete no-€uro a funzionamento euristico). Una rete, cioè, che procede sul cammino della conoscenza utilizzando procedimenti euristici, ovvero "metodi di approccio alla soluzione dei problemi che non seguono un percorso rigoroso, ma, affidandosi all'intuito e allo stato temporaneo delle circostanze, consentono di prevedere un risultato che resta da convalidare".

Essendo una rete, e-n€uronet è composta di nodi interconnessi.


Non tutti i nodi sono ugualmente connessi, né hanno pari capacità di elaborazione. Inoltre, la rete può crescere (o contrarsi) nel tempo. Magari tra qualche anno, al termine della fase 2, sarà diventata così:

oppure così:


Non lo sappiamo. Posso però spiegarvi come funziona l'e-n€uronet. Ognuno dei nodi elabora proposizioni comunicandole ai nodi contigui, i quali possono validarle o respingerle, in ogni caso le trasmettono ad altri nodi ad essi contigui. Il processo è continuo, e può accadere che alcune proposizioni vengano immediatamente validate da un gran numero di nodi, mentre altre incontrano minor successo, o addirittura siano respinte. Nell'e-n€uronet, però, nulla viene perduto, per cui non è raro che qualche proposizione, inizialmente accolta con freddezza, venga successivamente recuperata e riproposta, magari ad opera di un nodo che, precedentemente, aveva prodotto molte proposizioni di successo incrementando, grazie a ciò, il numero di interconnessioni e la propria capacità elaborativa, ma aveva contribuito esso stesso all'insuccesso di quella proposizione.

L'e-n€uronet è uno straordinario strumento di conoscenza perché è una rete peer-to-peer che costruisce e modifica continuamente la propria struttura gerarchica, utilizzando regole di validazione basate sull'osservazione della realtà.

Adesso vado a zappare l'orto.

domenica 18 giugno 2017

Fuoco amico

Link correlati:
Prendo spunto dalla polemica intercorsa tra il FSI e Diego Fusaro per svolgere alcune considerazioni. Premetto che Diego Fusaro mi è abbastanza simpatico, mentre nutro diverse perplessità in merito al FSI (ex ARS) cui ho peraltro aderito in una fase iniziale prima di rendermi conto che, nonostante la concordanza su numerose analisi della realtà politica, vi è anche una irriducibile discordanza - di natura più profonda dell'agire politico - che mi ha indotto a lasciare quel piccolo rassemblement sovranista. [nota 1]

La polemica tra il FSI e Fusaro nasce dall'invito a partecipare a una riunione indetta dal FSI in vista delle elezioni regionali in Abruzzo, al quale Fusaro ha risposto chiedendo il rimborso delle spese di viaggio e alloggio, oltre a un compenso netto di mille euro. Il direttivo del FSI ha reagito pubblicando la risposta di Fusaro, accompagnandola con una dura reprimenda nella quale lo si accusa di non essere un vero militante, la qual cosa ha suscitato l'immediata reazione del giovane filosofo marxista che ha giustificato la richiesta economica con l'argomento delle bollette da pagare.

L'episodio, che in sé potrebbe essere rubricato come un banale litigio tra uno dei gruppi che si spendono politicamente dal basso contro l'UE e l'euro (nel seguito "sovranisti") e uno dei pensatori che questo mondo ha eletto a punto di riferimento, presenta degli aspetti che vorrei approfondire.

Credo che possiamo assumere come vero il seguente enunciato: fatta salva (forse, chissà) una minoranza di individui, cui generalmente ci si riferisce con il termine "idealisti" (da intendersi in senso non filosofico) ogni essere umano agisce in base a criteri di interesse egoistico, stemperati e vincolati da un insieme di tabù, usanze e consuetudini cui ci riferiamo con la parola "cultura".

Vi è insomma una dose di  egoistico individualismo nell'agire di ognuno di noi, cosa di cui dovremmo essere tutti più coscienti, chi scrive per primo. Tale egoistico individualismo talvolta emerge, disvelandosi suo malgrado, nella forma di una suscettibilità eccessiva alle critiche che si ricevono sui social, soprattutto quando sono esposte da individui carichi di aggressività interiore; ma anche per ragioni più banali, come conseguenza dell'incapacità di molti utenti di padroneggiare adeguatamente la comunicazione scritta. Non è sempre facile distinguere i due casi, così da reagire con più pacatezza quando l'aggressività verbale è semplicemente l'esito del non saper scrivere; come non è facile, o non sempre possibile, ritrarsi davanti alle aggressioni intenzionali di persone che sfogano il proprio malessere interiore, magari nascondendosi dietro l'anonimato. [nota 2]

Occorre però andare più a fondo, non bastando il semplice accenno a un generico individualismo egoistico, onde cercare di individuarne le motivazioni, o almeno alcune di esse. La scena pubblica è un grande palcoscenico sul quale ognuno degli ego desidera svolgere una parte il più possibile di rilievo, ricavandone soddisfazioni di natura psicologica, pecuniaria o di potere. Queste tre motivazioni (ma ce ne sono altre) si intrecciano tra di loro combinandosi in modo diverso da individuo a individuo e con proporzioni relative che mutano con il passare del tempo, l'avanzare dell'età e lo svolgersi degli eventi, interagendo con i talenti di ognuno e determinandone l'uso sulla scena pubblica. Mi concentrerò su due delle infinite possibili combinazioni di queste variabili: quella che concorre a determinare gli ego che si riconoscono nel ruolo di intellettuale e quella che definisce gli ego che si collocano nella più vasta schiera dei politici che fanno opposizione sistemica, in questa sede i sovranisti. [nota 3]

A mio parere, l'elemento che gioca un ruolo fondamentale nel consentire a un ego di ritagliarsi un ruolo da intellettuale consiste nel possedere un qualche talento che sia particolarmente "tradable" sul proscenio pubblico, ad esempio una grande competenza in un campo dove ci sia molta domanda di questo bene immateriale. Può trattarsi di economia, filosofia, studi giuridici, statistica, letteratura e quant'altro; di converso, quando un ego non possiede alcun talento sviluppato in modo ipertrofico, bensì (almeno) un insieme di talenti, ognuno utile, ma nessuno particolarmente sviluppato, allora non ha altra scelta che collocarsi nel ruolo di politico. I due ruoli, quello intellettuale e quello politico, sono in oggettiva concorrenza, perché il lavoro dell'intellettuale, quando non è un cortigiano, consiste nella critica dell'esistente, mentre quello del politico nell'agire per la conquista (o la difesa) del potere. Che un vero intellettuale sia in conflitto con i politici che agiscono per la difesa del potere che già possiedono è cosa evidente in sé, meno percepito è invece il conflitto con i politici che contendono il potere a chi ce l'ha, per appropriarsene. E invece, anche in questo caso, il conflitto c'è, quanto meno perché pescano nello stesso stagno.

L'intellettuale critico tende a delimitare l'esame dell'esistente al suo ambito di specializzazione, per il semplice fatto che è lì che può eccellere; è in competizione con i suoi simili per occupare il centro della scena; aspira in cuor suo alla gloria imperitura come coronamento degli sforzi e dei sacrifici che gli impongono la conquista e la conservazione del suo status. Il politico di opposizione tende ad allargare l'orizzonte delle sue analisi, naturalmente riferendosi ai lavori di una molteplicità di intellettuali di riferimento, a nessuno dei quali, però, è facilmente disposto a riconoscere un ruolo di unica guida, salvo che il suddetto intellettuale non sia già morto; nel qual caso viene trasformato in un santino da venerare, magari per appropriarsene in contesa con gli altri politici di opposizione. [nota 4]

Tuttavia l'intellettuale critico teme i politici di opposizione (oltre a disprezzarli in cuor suo nei casi più patologici) essendo ben consapevole che costoro, nel caso riuscissero ad aver successo, non lo accoglierebbero di buon grado nel loro gruppo perché egli sarebbe una figura troppo ingombrante, né mai gli consentirebbero di accedere al vertice del potere; senza contare il fatto che un vero intellettuale critico, di razza, essendo per definizione contro il potere (qualsiasi potere) non potrebbe che essere immediatamente "disattivato" dai nuovi arrivati, per timore della sua libertà di pensiero. Sull'altro versante i politici di opposizione, impegnati come è loro mestiere nella costruzione di una narrativa vasta, necessariamente incoerente ma essenziale per costruire il consenso, diffidano profondamente dell'intellettuale, che è invece proteso alla ricerca della coerenza interna della sua visione contro gli attacchi dei suoi concorrenti.

A dispetto, e nonostante tutto ciò, gli intellettuali critici e i politici di opposizione hanno estremo bisogno gli uni degli altri: i primi perché aspirano ad avere una platea che, ovviamente, non può essere costituita solo da altri intellettuali, ma neanche essere limitata alla Doxa dei seguaci; i quali sono necessariamente solo una piccola frazione della cosiddetta opinione pubblica, essendo la grande maggioranza ipnotizzata dai media mainstream; i secondi perché sono assetati di coerenti visioni del mondo da cucire addosso all'azione politica, che non può limitarsi alla semplice, e comune a tutte le azioni politiche, richiesta di giustizia sociale, ma ha bisogno di un'ideologia, cioè di un insieme di Epistèmi coerentemente organizzati.

Si aggiunga, a quanto detto, il fatto che l'attuale sistema di potere ha sviluppato in modo straordinario l'arte di offrire spazi di visibilità e orizzonti accademici anche agli intellettuali critici, a patto che si limitino ad esprimere visioni alternative senza mischiarsi con i suoi veri nemici, i politici che fanno opposizione antisistemica. Tra i quali ci sono, oggi, anche i sovranisti. Siamo così arrivati al punto centrale: l'estrema pericolosità, per l'attuale assetto politico, delle idee sovraniste. Il Potere costituito non ci si lascia certo rassicurare dal fatto che i sovranisti abbiano scelto la via politica per la conquista del potere, che contempla anche la partecipazione alle elezioni. Il rischio, temutissimo, è che l'idea(le) della riconquista della sovranità nazionale possa tramutarsi in un'offerta politica capace di saldarsi con l'innato sentimento patriottico, che abbonda tra le classi lavoratrici, fino a diventare una minaccia politica reale. La percezione di tale possibilità è ben presente tra i militanti sovranisti, ed è questa la ragione per cui moltissimi di loro non cessano di invocare l'unione delle forze, tra le quali essi includono le risorse intellettuali, rimanendo spesso delusi nelle loro aspettative. Non siamo, qui, davanti al classico tradimento dei chierici, ma certo si può parlare di ambiguità.

Un'ambiguità che il caso Fusaro ha rivelato. Anzi, per parlar chiaro, confermato, non essendo mancati, in questi anni, molti altri casi dei quali è difficile parlare perché, come è stato giustamente osservato da un commentatore su FB, spaccare il fronte in guerra è una cosa da pazzi. Credo tuttavia che sia ormai necessario, per tutti noi sovranisti, crescere e diventare politicamente adulti, cominciando a capire che "essere fratelli nella causa comune" non basta, né mancano gli esempi che lo dimostrano. Ve ne offro un paio: questo e questo.

Note: 
  1. Ci tengo a sottolineare che dopo l'abbandono del gruppo non ne feci cenno in alcuna occasione, salvo raccogliere le confidenze di quanti, quasi un anno dopo, fecero la stessa scelta, supportando alcuni di loro nell'elaborazione del lutto.
  2. Questi comportamenti deprecabili sono adottati anche da chi, pur essendo persona di animo gentile, ha tuttavia un temperamento passionale e battagliero, ed è il mio caso. Mi aspettano secoli di purgatorio per il solo peccato di ira, per non dire di altri vizi capitali, ma tant'è!
  3. Sempre parlando di me (ah, l'ego!) non mi ritengo né un intellettuale né un politico, ma un sub-divulgatore. E questa non è modestia, sia ben chiaro.
  4. In sintesi: Marx va bene, e pure Keynes. Bagnai no, respira ancora.

venerdì 16 giugno 2017

Il caso Fusaro

Diego Fusaro e Stefano D'Andrea
L'amico Vincenzo Cucinotta si esprime in tal modo (su FB) a proposito della notizia, data dal direttivo del FSI, di una richiesta di 1000 € netti (oltre alle spese di viaggio e permanenza) avanzata dal filosofo Diego Fusaro per partecipare a un evento da essi organizzato:

«Ma questa campagna contro Fusaro perchè ha chiesto di essere pagato, non vi pare incomprensibile? 
Se fossi stato io l'organizzatore, sicuramente avrei declinato ogni ipotesi di pagamento, ma non trovo nulla di vergognoso nella richiesta esplicita e senza nascondersi dietro nulla, di farsi pagare. Ma poi, nel mondo in cui viviamo, mi pare non ci sia nulla di sorprendente nell'aspettarsi un compenso per il fatto di esserci. 
Probabilmente, c'è stato un equivoco. Vi ricordo che Fusaro è uno di coloro che partecipa a quel circo pubblico che è costituito dagli abituali partecipanti ai talk-show televisivi. 
Certo, gli si può addebitare una certa distrazione e superficialità per non avere chiesto di chiarire di cosa si trattasse. 
Tuttavia, ammettendo che nel merito Fusaro aveva torto, era davvero così importante inscenare una vera e propria campagna di suo sputtanamento? 
Un po' di sobrietà secondo me farebbe bene a tutti

Dissento dall'opinione dell'amico Vincenzo Cucinotta perché, se Fusaro ha diritto a chiedere di essere pagato, tutti noi militanti sovranisti abbiamo il diritto di sapere chi è che muove le chiappe per passione e chi per denaro!

Ora sappiamo che Diego Fusaro, per muovere le sue giovani chiappe, chiede 1000 €. Da parte mia, le mie ormai avvizzite chiappe continuo a muoverle per passione. Certo, quel che conta è il risultato, l'importante è abbattere la dittatura dell'ordine internazionale dei mercati, non importa chi sarà premiato. Certo che non importa, siamo abbastanza vecchi da sapere che gli allori non vanno mai a chi agisce per passione, casomai gli spettano le persecuzioni, per cui dov'è il problema? Se vinceremo, Fusaro sarà un nume tutelare della rinascita nazionale; se perderemo, continuerà a partecipare ai talk-show. Però, saperlo, è una soddisfazione, per noi oscuri e negletti militanti che abbiamo speso anni della nostra vita, e non poco del denaro che non abbiamo anche per dar lustro al giovin Dieghito.

domenica 11 giugno 2017

Per non perdere senza nemmeno giocare

Bisogna imparare dai calzini: per indossarli non serve che siano identici, basta che siano dello stesso colore e nessuno se ne accorge. Vale anche per uscire dall'incubo dell'Unione Europea: non serve pensarla tutti allo stesso modo ma basta essere contro l'euro?

La legislatura andrà a scadenza naturale, dunque c'è un po' di tempo per provare (almeno) a ragionare su una possibile partecipazione dei sovranisti. Non che partecipare sia essenziale, ma credo sia utile cominciare a porsi il problema. In termini minimi, possiamo chiederci quali forze siano, oggi, sinceramente interessate almeno all'obiettivo dell'uscita dall'euro. Poiché questo è il mio blog, esprimerò il mio pensiero chiedendovi di non discutere quello che considero un postulato fondamentale: il m5s non vuole l'uscita dall'euro. Pertanto, e vi chiedo nuovamente di seguire il ragionamento accettando questo postulato, anche se tutta la galassia sovranista partecipasse, unita e concorde, alle elezioni politiche proponendo l'obiettivo minimo dell'uscita dall'euro, non potrebbe che spuntare un risultato minoritario.

Inoltre la speranza che la galassia sovranista possa presentarsi unita e concorde su una piattaforma politica comune è, ovviamente, nulla. Tanto per cominciare, l'obiettivo minimo di uscire dall'euro non basta a qualificare come sovranista una forza politica. La Lega, ammesso che sia sincera per quel che riguarda l'uscita dall'euro, non è una forza politica sovranista perché quella monetaria è solo una delle attribuzioni della sovranità. I leghisti parlano addirittura di tre monete, per il nord, il centro, il sud e le isole, la qual cosa implicherebbe l'esistenza di tre banche centrali che, necessariamente, dovrebbero essere indipendenti dal potere politico. A meno di non immaginare tre parlamenti, uno per ogni moneta, e quindi la rottura dell'unità nazionale in favore di un modello federalista. Non serve domandarsi, in questa sede, se la cosa possa funzionare, magari meglio di uno stato centrale, resta il fatto che la lega non è sovranista. Forse è sinceramente per l'uscita dall'euro, ma non è sovranista. Il che non significa che un'alleanza di scopo con la lega sia da scartare a priori, ma è necessario essere consapevoli del rischio che si corre: se la disgregazione dell'Unione Europea accelerasse, un eventuale successo elettorale della Lega su una piattaforma di sola uscita dall'euro e annessa proposta di regionalizzazione dell'emissione monetaria, rischierebbe di minacciare seriamente l'unità nazionale. Da ciò segue che un'eventuale alleanza di scopo con la lega è praticabile solo a condizione che essa non sia la forza trainante dell'alleanza stessa.

Personalmente non credo che la Lega, con le sue sole forze, possa mai egemonizzare un'alleanza di scopo per l'uscita dall'euro, ma esiste il rischio, davanti al collasso dell'Unione Europea, che altre forze sistemiche possano trovare più conveniente la tripartizione in macro regioni dell'Italia che non la sua rinascita come stato sovrano. D'altra parte, non è forse questo un rischio che abbiamo già corso all'indomani dell'8 settembre? Da ciò segue, repetita iuvant, che l'eventuale inclusione della Lega in una più vasta alleanza sovranista dovrebbe essere esclusa qualora le altre componenti dell'alleanza non fossero sufficientemente forti e strutturate.

Fratelli d'Italia, altro partito che si può immaginare come componente di un'alleanza sovranista, sempre ammesso che le dichiarazioni ufficiali corrispondano a reali obiettivi politici, pone problemi di altro tipo. Non è difficile immaginare i dolorosi mal di pancia di tutta quella sinistra che, in ritardo e in ordine sparso, ha cominciato a cambiare posizione sull'Unione Europea: gli infiniti distinguo, le richieste di analisi del sangue, la accuse di fascismo, il timore di essere etichettati come rossobruni. Insomma 'na caciara, per dirla nella lingua degli eredi dei soli che sono riusciti a unificare politicamente l'Europa (e non solo) nell'unico modo possibile, come insegna la Storia: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Una lezione che la Germania ha ben appreso, e sta mettendo in pratica, ma la sinistra non ha capito. Almeno finora.

Ove, per "sinistra", non si intende in questa sede la banda dei traditori del Popolo e della Patria che siedono in parlamento ma, appunto, "quella che, in ritardo e in ordine sparso, ha cominciato a cambiare posizione sull'Unione Europea". Si tratta di un fenomeno abbastanza recente, che rappresenta il frutto più bello del lavoro che un piccolo gruppo di compatrioti geneticamente ribelli, e dunque poco inclini alla mediazione politica, ha portato avanti a partire da sette anni fa. Veri e propri apri pista, anche in polemica tra loro - talvolta aspra oltre i limiti del buon gusto - ad essi va la riconoscenza di tutti noi sovranisti: Paolo Barnard, Alberto Bagnai, Luciano Barra Caracciolo, Vladimiro Giacchè, Sergio Cesaratto, Moreno Pasquinelli (e basta, gli altri vengono tutti dopo).

Tralascio di occuparmi di altre formazioni di estrema destra, ad esempio Forza Nuova, che si richiamano esplicitamente al fascismo, perché il loro peso elettorale è minuscolo rispetto alla mole di problemi posta da una loro eventuale accoglienza in un'alleanza sovranista, e dunque non vale la pena occuparsene. Sono realtà che potrebbero crescere solo e soltanto grazie all'appoggio degli euristi qualora costoro, in seguito al collasso dell'Unione Europea, optassero per una soluzione di stampo fascista al marasma che ne dovesse conseguire, ma in tal caso la loro funzione/finzione diverrebbe facilmente riconoscibile. Fascisti e fascistoidi del terzo millennio, dunque, sono un problema solo nella misura in cui, scioccamente, i sovranisti decidessero di crearlo dal nulla.

Occupiamoci, invece, della "sinistra che, in ritardo e in ordine sparso, ha cominciato a cambiare posizione sull'Unione Europea". Da quanto detto, se il suo peso in termini di quadri politici fosse abbastanza largo, essa non avrebbe difficoltà ad essere uno dei due pilastri di un'alleanza sovranista, posto che FdI riesca a compiere un'analoga operazione a destra. La partita politica per la formazione di un'alleanza sovranista si gioca, in definitiva, su tre questioni: limitare il peso e il ruolo della Lega, costruire un rapporto dialettico con FdI e le forze che orbiteranno intorno a quel centro di attrazione, costruire e rafforzare un polo di attrazione del sovranismo di sinistra.

Finora i numerosi e generosi tentativi in tal senso non hanno prodotto risultati degni di rilievo, e la ragione va ricercata nel fatto che, a sinistra, le resistenze nel prendere atto della reale essenza ordoliberista del progetto unionista sono state formidabili. Ciò ha frenato, e continua a frenare, il dibattito nei partiti della sinistra marxista, ad esempio Rifondazione e PdCi. Ne è conseguita un'emorragia (come già detto: in ritardo e in ordine sparso) di militanti, molti dei quali sono ancora in cerca di una collocazione. Nel PdCI (oggi PCI) invero, grazie all'opera di Vladimiro Giacchè, molte cose sono cambiate, almeno a giudicare dalla piattaforma programmatica, ma la mia sensazione è che non tutta la base abbia maturato il senso profondo della svolta, nonché la necessità della sua irreversibilità.

Un processo analogo ha avuto luogo nel PSI, da cui si è staccata una frazione che ha dato vita a Risorgimento Socialista, di cui ho avuto modo di conoscere (per il momento non ancora in modo particolarmente approfondito) il segretario nazionale Franco Bartolomei e il responsabile Europa Ferdinando Pastore (del quale vi linko questo contributo). Credo che in questa nuova fase che si sta aprendo, dopo quella iniziale che ha visto il dibattito sull'Unione Europea nascere e diffondersi a partire da una condizione in cui il solo parlare di "Europa" equivaleva ad essere scambiati per bizzarri contestatori, magari un po' complottisti per non dire destroidi, in questa nuova fase, dicevo, l'apporto di esperienza, senso dell'organizzazione, qualità politica di militanti formatisi alle scuole di partito, possa fornire un contributo importantissimo in vista della strutturazione di un attrattore a sinistra di una futura, e possibile quanto necessaria, alleanza sovranista.

Per concludere, la risposta all'interrogativo iniziale (non serve pensarla tutti allo stesso modo ma basta essere contro l'euro?) non può che essere un sì condizionato, che riassumo: la Lega deve essere contenuta, l'attrattore di destra (FdI) deve essere capace di arginare le istanze fasciste e parafasciste, deve nascere un attrattore di sinistra.

giovedì 8 giugno 2017

L’ESERCITO EUROPEO DI RISERVA (di Agenor 20 GENNAIO 2016)

Copio&incollo l'articolo di Agenor "L’ESERCITO EUROPEO DI RISERVA" pubblicato su A/simmestrie il 26 gennaio 2016. (Ri)lettura caldamente consigliata.


L’ESERCITO EUROPEO DI RISERVA

Le grandi strategie sono sempre composte da una sequenza di piccole iniziative e il quadro finale diventa visibile solo quando tutti i singoli pezzi del puzzle sono stati inseriti al posto giusto. La divisione in singole iniziative permette di focalizzare le discussioni su aspetti minori, senza sottoporre la grande strategia al vaglio dell’opinione pubblica o del dibattito parlamentare. Le grandi strategie sovranazionali, poi, hanno anche il vantaggio di limitare il dibattito oltre che alle singole misure anche a specifiche questioni locali, interne ai singoli paesi. Il disegno strategico di fondo non può essere contestato perché non è reso esplicito, non è sottoposto a dibattito e supera i confini delle competenze nazionali. Esso rimane quindi perfettamente al riparo dal processo democratico.
Uno di questi grandi disegni strategici che si sta realizzando in questi anni è la trasformazione dello stato sociale e del mercato del lavoro in Europa. Il cambio di paradigma fu dichiarato vent’anni fa dall’OCSE: passare dall’attivismo dello stato in economia per promuovere la piena “occupazione” alle politiche liberiste e mercantiliste per promuovere la piena “occupabilità”. Destra e sinistra in tutti i paesi si sono egualmente spese senza grandi distinzioni, in Italia come in Europa, per applicare il nuovo paradigma. Come tutte le grandi strategie, anche questa è composta da una sequenza di misure specifiche e ha un preciso modello di riferimento.
Il primo punto è il contenimento dei salari. È fondamentale che livello dei salari sia basso per mantenere competitivo il sistema produttivo. L’esigenza di essere più competitivi e di tirare un po’ tutti la cinghia in tempi di crisi sono le giustificazioni tipiche per far accettare questo contenimento. Come ben sappiamo questa esigenza diventa più pressante quando non si dispone del meccanismo del tasso di cambio. In altre parole, col cambio fisso il salario deve diventare flessibile. Nella zona euro abbiamo deciso di sostituire il tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento degli squilibri esterni con il licenziamento e l’abbassamento dei salari. La riduzione dei salari nel settore pubblico si può fare per decreto (per ridurre il salario in termini reali, basta anche congelarlo in termini nominali, come spesso avviene), nel settore privato si ricorre alla decentralizzazione della contrattazione collettiva a livello di singola azienda. In quel modo il potere negoziale del singolo lavoratore è drasticamente ridotto. L’abbassamento dei salari, in generale, è facilitato dalla maggiore possibilità di licenziamento e dalla maggiore concorrenza per ottenere un posto di lavoro.
Subito dopo viene la ben nota questione della flessibilità, ovviamente flessibilità in uscita, come si chiama in linguaggio tecnico la possibilità di licenziare più facilmente. Si tratta di ridurre tutto il sistema di protezioni giuridiche che rendono difficile licenziare un lavoratore. Come si fa a rendere questo accettabile? Prima si colpisce una categoria, e dopo si scatena la classica guerra fra poveri: settore pubblico contro privato, giovani contro anziani, donne contro uomini, nord contro sud o est contro ovest, a seconda del paese. La giustificazione che accompagna questa misura è tipicamente quella di un’istanza di giustizia, modernità, e maggiore efficienza in tempi di crisi.
In Italia ce ne è voluto, ma alla fine dopo tanti tentativi l’Articolo 18 è stato abbattuto. Il Jobs Act ha sostanzialmente – anche se non formalmente – fatto sparire il concetto di contratto a tempo indeterminato, in quanto questo tipo di contratto ha perso tutte le tutele che lo rendevano effettivamente tale. Avendo così drasticamente penalizzato una parte dei lavoratori, nel settore privato, è stato poi facile convincerli che la colpa è di quegli altri, quelli del pubblico che sono più tutelati. Quindi anche loro adesso chiedono a gran voce di eliminare i “privilegi” del settore pubblico. Così pian piano si realizza la flessibilità in uscita per tutti. A titolo di esempio, nel paese modello per le recenti riforme del lavoro, la Spagna, ormai il 28% dei nuovi contratti ha una durata inferiore a 7 giorni: assunzione il lunedì mattina, licenziamento il venerdì sera, e poi si ricomincia il lunedì successivo.
Il terzo cardine è la mobilità della forza lavoro. Una volta licenziati, i disoccupati-potenziali-lavoratori sono comunque una risorsa utilizzabile altrove, quindi è utile facilitarne lo spostamento verso le zone in cui ce n’è più bisogno. Perché questo avvenga è necessario che ci sia un perfetto coordinamento dei servizi pubblici per l’impiego, non a caso una delle priorità stabilite in quasi tutti i paesi. I servizi pubblici per l’impiego, da centri di raccordo della domanda e dell’offerta a livello locale, devono diventare nodi di un’unica grande rete trans-europea che permetta il ricollocamento rapido di manodopera inutilizzata in un paese verso quello in cui ce n’è maggiormente bisogno. Anche qui la giustificazione è semplice: maggiore integrazione europea e maggiori opportunità di lavoro per chi non ce l’ha più.
Il quarto punto, anch’esso cruciale, è il mantenimento o la formazione di competenze adeguate a rendere “occupabile” il disoccupato-potenziale-lavoratore. Nessuno vuole un lavoratore che dopo anni d’inattività non è più capace di utilizzare i nuovi macchinari o sistemi informatici, perché rimasto tecnologicamente indietro. Bisogna quindi formarlo, ovviamente non finanziandogli una continuazione degli studi, che potrebbe permettergli un salto qualitativo sul mercato del lavoro, ma cercando invece di mantenerne aggiornate le competenze tecniche e professionali tali da renderlo utilizzabile immediatamente: saper usare l’ultimo macchinario o la tecnologia più recente introdotta in azienda. Ovviamente, questo tipo di misura si può ben presentare come sostegno ai disoccupati per facilitare l’apprendimento di competenze utili nel mercato del lavoro. In questo modo ci si assicura che tutta la popolazione in età lavorativa sia costantemente formata, addestrata anche nei periodi in cui è disoccupata, e sempre disponibile per le esigenze della produzione.
Questa costruzione però non sta in piedi se le persone rimangono disoccupate per lunghi periodi, o se i contratti sono talmente brevi e i periodi di lavoro troppo scarsi per garantire un minimo livello di sussistenza. Ecco che quindi entra in gioco il pezzo fondamentale del puzzle: il reddito minimo. Esso deve essere veramente “minimo”, nel senso di non creare un disincentivo ad accettare qualunque offerta di lavoro, anche la meno appetibile. Esso deve poi essere “condizionato”, cioè immediatamente revocabile nel caso di rifiuto dell’offerta ricevuta o di mancata frequentazione del corso di aggiornamento. E poi il disoccupato deve ovviamente sempre essere reperibile dal centro per l’impiego, pena il decadimento dal reddito minimo.
Non c’è bisogno di grandi acrobazie per “vendere” il reddito minimo come una grande conquista sociale. Ciò che veramente lo caratterizza come strumento di un quadro ben più reazionario, invece, è l’insieme di condizionalità ad esso legate. Sarebbe tutt’altra cosa remunerare il lavoro nella giusta misura, in linea con la sua produttività, e garantire anche un salario minimo dignitoso a tutti. Come sarebbe tutt’altra cosa istituire un sistema pubblico di “impiego di ultima istanza”. Ma tutto questo ridarebbe al lavoratore un’autonomia, una dignità e una forza contrattuale che lo renderebbe molto meno ricattabile. La differenza fra salario minimo e reddito minimo sembra poco più di una questione semantica, e invece è la differenza fra dignità e dipendenza, fra libertà e schiavitù.
Il suggello su questo nuovo modello di stato sociale è poi la sempiterna riforma delle pensioni, che ritorna ad intervalli regolari. Il motivo di questa sua ricorrenza è la volontà di passare progressivamente a una privatizzazione del sistema pensionistico, riducendo sempre più quelle pubbliche finché il cittadino non ha più scelta. Nel nuovo modello di stato sociale il costo di supportare il lavoratore vale la pena finché questi è in età lavorativa e può essere utile, dopodiché diventa solo un peso. Per questo motivo si preferisce tagliare sulle pensioni per spendere un po’ di più in formazione professionale e nella sussistenza del disoccupato. Chi può permetterselo, accumulerà in età lavorativa una ricchezza finanziaria che gli possa permettere di mantenersi anche dopo; chi non ce la fa, una volta smesso di lavorare emigrerà dove la vita costa meno o finirà in povertà. Così si riducono i costi per il settore pubblico, cosa ormai richiesta anche da chi avrebbe interesse a non farlo.
Queste sono le singole iniziative, che prese singolarmente sono anche accettabili e giustificabili agli occhi dell’opinione pubblica, come progressi verso una società più giusta ed efficiente. Mettendole tutte insieme e facendo attenzione ai dettagli con cui queste misure vengono poi applicate, però, si può vedere come esse concorrano a formare un quadro diverso. Tutta la popolazione in età lavorativa deve essere sempre a disposizione del sistema produttivo, utilizzabile e scartabile secondo il bisogno, formata in quelle competenze direttamente richieste dalla produzione e mantenuta al livello di sussistenza nei periodi in cui non è occupata, ma ricattabile e sottoposta alla concorrenza per il posto di lavoro, cioè con scarso potere contrattuale nel momento in cui viene assunta. Il modello di riferimento è quello tedesco, completato un decennio fa dalle riforme Hartz, dal nome dell’ex-manager Volkswagen, Peter Hartz, consigliere del governo Schröder.
Non si può capire quello che sta succedendo in Europa senza conoscere le riforme Hartz e in particolare il pacchetto Hartz IV. E non si possono capire le riforme Hartz senza conoscere i cardini del pensiero ordoliberista tedesco. Esso si differenzia dal cosiddetto neo-liberismo di matrice anglosassone, e ne diventa una versione molto più estrema, in quanto considera come compito esplicito dello stato quello di assicurare il quadro politico necessario per il libero dominio del capitale sul lavoro. In pratica l’ordoliberismo è un liberismo truccato, in cui la tensione fra i due fattori di produzione è ancora più squilibrata perché lo stato interviene esplicitamente per risolverla in favore del capitale a scapito del lavoro.
La cosiddetta economia sociale di mercato di matrice tedesca è il modello economico che stiamo applicando in Europa, prevalentemente nella zona euro, dove il margine di manovra dei governi nazionali è molto più limitato. Il quadro strategico complessivo che sta venendo fuori è la trasposizione del modello sociale tedesco nel resto d’Europa, cioè la scientifica costruzione di un esercito industriale di riserva su scala europea.

Agenor

lunedì 5 giugno 2017

Sconcerto&stupore

Apprendo con sconcerto e stupore che la sezione genovese del FSI appoggia (presentando quattro suoi esponenti) la candidatura di Paolo Putti a sindaco di Genova, città nella quale è candidato anche Marco Mori, segretario nazionale di Riscossa Italia. E' un po' come se ad Avezzano, dove è candidato Stefano D'Andrea (presidente del FSI), Riscossa Italia sostenesse un altro candidato concorrente di D'Andrea!

Sconcerto&stupore che si tramutano in sgomento nello scorrere altre candidature della lista di Paolo Putti:

Elezioni comunali 2017| Chiamami Genova | presentazione lista| Paolo Putti Sindaco |
Tra i candidati diversi ex consiglieri comunali come Mauro Muscarà e Stefano De Pietro (Movimento 5 Stelle), Clizia Nicolella e Lucio Padovani (Lista Doria), Gianpaolo Malatesta (Possibile) e Gian Pastorino (Sel), ma anche esponenti della società civile e dei comitati come Antonella Marras del comitato di Fegino, l'attivista No Tav Davide Ghiglione, la nipote di Don Gallo Sara Gallo, il ricercatore del Cnr Gianmarco Veruggio, Tania Simonato dei comitati scuola e Luca Motosso del comitato "Bosco Pelato".“

Ma come, mi chiedo, i duri e puri del movimento sovranista, coloro che ritengono di essere, essi stessi, un "Fronte", al punto di aver opzionato la sigla "Fronte Sovranista Italiano", sono già così avanti nella costituzione del "Fronte" da essere in grado di egemonizzare una lista in cui compaiono ex m5s, ex sel, ex di Possibile, un esponente del comitato No-Tav, la cosiddetta "società civile" e comitati vari, preferendo tutto ciò ad un appoggio, anche esterno, alla lista (questa sì sovranista!) di Marco Mori? E come giustificano questa scelta? Forse con l'argomento che il "Sovranismo è un neologismo, coniato da noi in Italia"?